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giovedì 17 ottobre 2013

Neil Gaiman - "Il Figlio del Cimitero"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Il Figlio del Cimitero"
Edizione: Mondadori - Oscar
Anno: 2010

"Il Figlio del Cimitero" nasce come ampliamento di un racconto che Gaiman aveva già scritto e inserito nell'antologia "Il Cimitero senza Lapidi". Lo stesso Neil aveva presentato, durante una conferenza, la vicenda come una sorta di sua versione de "Il Libro della Giungla". Nell'opera di Kipling un neonato viene trovato dai lupi, adottato e allevato, impara dunque a vivere come gli animali e a fare le cose che fanno loro. Ma se un neonato venisse trovato dai morti, cosa succederebbe? La risposta di Gaiman è piuttosto semplice: "ovviamente imparerebbe a fare le cose che fanno i morti".
Un simile presupposto è, dunque, piuttosto curioso e interessante, sufficientemente folle per attirare la curiosità. Se a questo aggiungiamo la fama dell'autore, il gioco è fatto e la lettura diviene obbligata.
Il primo capitolo ci catapulta direttamente in medias res, con un bambino piccolo che sfugge, più per caso che altro, al massacro della sua famiglia. In realtà alcuni accenni ci fanno capire che era proprio lui il bersaglio del killer, ma la fortuna vuole che le sue piccole gambine lo portito fino al cimitero. Lì viene salvato e adottato da alcuni fantasmi, che gli danno nome Nobody Owens, per gli amici Bod.
La scrittura di Gaiman intriga fin da subito, con quel suo modo di raccontare con piccoli accenni e dettagli al limite del macabro, che fan capire senza esplicitare. Subito capiamo che vi è dietro qualcosa di grosso, ma il mistero, ovviamente, sarà svelato solo alla fine.
Nel frattempo la narrazione prosegue con capitoli che appaiono slegati l'uno dall'altro. L'autore vuole darci una panoramica della vita e della crescita di Bod, così ogni fase, ogni età, è contraddistinta da una vicenda, un racconto, apparentemente slegato dal resto.
Apparentemente, dicevamo, perchè, in realtà, alla fine molti fili lasciati in giro per il libro verranno tirati per condurre alla conclusione e allo svelamento del mistero che aleggia sulla testa del protagonista. Purtroppo, mentre si legge, la sensazione di essere di fronte a racconti staccati tra loro è molto forte. Contribuisce a questo anche Bod stesso che, col passare degli anni, cambia, come cambierebbe qualsiasi bambino mentre cresce. Proprio la bravura di Gaiman nel caratterizzare il personaggio è anche un po' il tallone d'Achille del romanzo, che risulta piuttosto slegato e lascia trasparire una sensazione di discontinuità.
Il finale, come si diceva, tira le somme e ci mostra come tutte le vicende fossero collegate e funzionali. A livello logico, quindi, si riesce ad apprezzare il lavoro di Gaiman nel suo complesso. A livello emotivo, invece, resta una punta di amarezza che non viene del tutto spazzata via.
Forse, la colpa, è anche della chiusura del libro. Le ultime pagine, infatti, sono di speranza e di apertura alla vita e al mondo, ma anche molto tristi. Ogni scelta porta con sé delle rinunce e per ogni porta nuova che si apre di fronte a noi, se ne deve chiudere una dietro.
Probabilmente con un finale meno educativo (perchè, in fondo, questo vuole: insegnarci qualcosa) e più consolatorio, "Il Figlio del Cimitero" sarebbe stato più apprezzabile anche di pancia, ma di certo avrebbe anche perso qualcosa.    

giovedì 26 settembre 2013

Arthur C. Clarke - "Incontro con Rama"

Autore: Arthur C. Clarke
Titolo: "Incontro con Rama"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione n° 112
Anno: 2012

Leggendo "Incontro con Rama" è facile capire per quale motivo sia stato considerato, quasi fin da subito, come uno dei capolavori della fantascienza. Quantomeno di quella fantascienza che va sotto il nome di "Hard Science-Fiction".
Clark, infatti, non si impegna, con questo romanzo, a raccontare una storia. Non abbiamo una struttura che possa essere del tutto inscatolata nel classico progredire di inizio-svolgimento-fine. Quello a cui assistiamo è, semmai, uno spaccato di vita. Una sequenza di eventi in un determinato periodo di tempo. Eccezionali, avventurosi anche, ma apparentemente limitati a quel frangente che andiamo ad osservare.
Il motivo di questa precisazione è semplice ed è da ricercare in ciò che il lettore, di solito, si aspetta da un libro. Chi si aspettasse una qualche saga, con tanto di protagonisti prescelti per un qualche motivo o un finale che spiegasse, facesse rivelazioni o si svelasse in un colpo di scena, andrebbe del tutto deluso. Non è questo, infatti, l'obiettivo che Clark si è posto con "Incontro con Rama" e questo deve essere ben chiaro prima di prendere il mano il romanzo.
Ciò che l'autore voleva fare, e ci è riuscito benissimo, era raccontare nel modo più dettagliato e realistico possibile quello che sarebbe potuto essere l'incontro con un manufatto di origine aliena. I protagonisti, quindi, non sono eroi o prescelti, ma professionisti, persone normali, scelti solo perchè, per puro caso, son i più vicini all'oggetto da osservare. E tutto il libro è, sostanzialmente, l'osservazione, la descrizione, di ciò che nessun essere umano aveva mai visto prima, con tutto il suo bagaglio di paure e meraviglie. Ma è anche, soprattutto, una ricostruzione minuziosa delle forze, delle situazioni, delle architetture, dei materiali e delle reazioni che avvengono nello spazio e all'interno di Rama, svolta in maniera assolutamente plausibile. La narrazione, inoltre, non risente minimamente di questo sforzo, perchè risulta sempre scorrevole e a tratti addirittura incalzante nel suo raccontare le avventure, invenzioni e disavventure del gruppo di astronauti.
Proprio in questo sta la grandezza di "Incontro con Rama" e, da un certo punto di vista, anche il suo limite.
Se, infatti, Clarke centra perfettamente il suo obiettivo di scrivere un romanzo ambientato nello spazio rispettando appieno, e spiegando in maniera semplice e appassionante, la fisica di ogni situazione (risultando tanto perfetto da, pare, ispirare il programma di osservazione dello spazio proprio con questo libro), dall'altra parte manca un elemento che ha fatto grande la fantascienza. Da sempre la SF è stata spesso usata come allegoria del presente, come metafora per raccontare qualcosa del momento in cui il racconto o il romanzo veniva scritto. Il più delle volte era un mezzo per lanciare un messaggio, per mostrare le cose da un altro punto di vista o per muovere una critica. In "Incontro con Rama" tutto ciò è assente: l'indagine di questo mondo alieno è fine a sé stessa e non porta con sé neanche spiegazioni o rivelazioni, proprio perchè essendo alieno si affida a logiche e motivazioni lontane da noi e l'uomo non può sperare di poterlo comprendere appieno.
Questo libro di Clark, dunque, risulta pressochè perfetto sotto il profilo tecnico e narrativo, perchè colpisce in pieno gli obbiettivi che lo scrittore si era prefissato. Una vera e propria pietra miliare e una lettura obbligata nell'ambito dell'hard science-fiction, con cui tutti gli autori che volessero cimentarsi in questo genere devono confrontarsi ancora oggi. Ciò che gli manca è solo un po' di analisi sociale, di approfondimento dell'animo umano, che avrebbero potuto renderlo un capolavoro assoluto della fantascienza, al di là delle categorie e dei sottogeneri.    

lunedì 16 settembre 2013

Roberto Costantini - "Alle Radici del Male"

Autore: Roberto Costantini
Titolo: "Alle Radici del Male"
Edizione: Marsilio - Farfalle - I Gialli
Anno: 2012

Dopo "Tu Sei il Male", Costantini torna ad occuparsi delle vicende del commissario Balistreri con il secondo capitolo della trilogia, intitolato "Alle Radici del Male".
Ed è proprio dalle radici, nel passato dello stesso Balistreri, che il romanzo parte per introdurci in questa nuova indagine. Come sempre la scrittura è scorrevole, forse anche più che nel primo capitolo della saga. Per riuscirci, Costantini rinuncia a qualche preziosismo nello stile, sfruttando più di frequente similitudini ed espressioni colloquiali, invece di ricercare qualche metafora più originale e interessante. L'obiettivo, in ogni caso, è perfettamente centrato e riesce a coinvolgere il lettore anche con vicende che poco o nulla hanno di giallo, così ci troviamo a correre, pagina dopo pagina, seguendo le vicende di un giovane Balistreri nella Libia coloniale. Il suo rapporto conflittuale con il padre, l'infinita stima nei confronti della madre, la poca voglia di studiare e l'amicizia che lo lega agli altri ragazzi con cui fonderà la Mank, indipendentemente da colore della pelle ed estrazione sociale.
E' un Balistreri simile eppure diverso da quello che avevano imparato a conoscere in "Tu Sei il Male". E' spavaldo, spesso incosciente del pericolo come il Balistreri dell'82, ma ha anche dei principi e degli ideali (seppur non sempre condivisibili, anzi!), cosa ben diversa dal disincantato nichilista che sarebbe divenuto in seguito.
Come nel primo terzo della trilogia, anche "Alle Radici del Male" presenta una sorta di suddivisione in due. A una prima parte ambientata in Libia alla fine degli anni '60 (indubbiamente la migliore e più riuscita per la ricostruzione storica e la scorrevolezza della trama), ne fa seguito una seconda che è il diretto proseguo delle vicende dell'82 narrate nella prima parte di "Tu Sei il Male". In questo modo i due romanzi si intersecano raccontando pezzi di un'unica storia: quella di Balistreri, la sua evoluzione, la sua maturazione, la sua crescita interiore.
Proprio il personaggio di Balistreri è uno degli elementi che riescono a far spiccare il romanzo di Costantini dalla massa. Al di là delle indagini e dell'intreccio (in entrambi i libri con alcuni passaggi decisamente un po' forzati nella seconda metà, al fine di far quadrare il tutto), oltre allo stile molto pulito e scorrevole di Costantini, è proprio la crescita del protagonista a rendere interessante la lettura. La stessa persona, in periodi diversi della sua vita, sembra quasi personaggi diversi, con umori, idee, reazioni, quasi agli antipodi. Certamente uno dei meriti dell'autore è proprio quello di riuscire a caratterizzare Balistreri tanto bene. Così bene che, anche quando si dimostra uno stronzo fatto e finito (e vi assicuriamo che più si va avanti, peggio cose si scoprono su di lui e su ciò che è capace di fare, perchè, come si suol dire "il lupo perde il pelo, ma non vizio"), si fa fatica a staccarsi dalla pagina.
Non tutto, naturalmente, sulla storia e il passato del commissario è già stato narrato, per cui rimane abbondante materiale per il terzo volume, che chiaramente siam molto curiosi di leggere.

martedì 20 agosto 2013

Dan Simmons - "Il Risveglio di Endymion"

Autore: Dan Simmons
Titolo: "Il Risveglio di Endymion"
Edizione: Fanucci
Anno: 2011

Dopo il mezzo passo falso di "Endymion", Dan Simmons cerca di riportarsi in carreggiata con il romanzo che chiude definitivamente il ciclo dei "Canti di Hyperion".
Diciamo subito che "Il Risveglio di Endymion" non è un libro facile, anche per via della sua lunghezza, ma soprattutto a causa dei suoi pregi e dei suoi difetti.
La scrittura è corposa, a tratti aulica, i concetti espressi si fanno di volta in volta più complicati e filosofici. Non è un caso, infatti, se molti danno anche l'etichetta Religione e Filosofia a "Il Risveglio di Endymion", per quanto si tratti di una evidente esagerazione.
La storia e la struttura stessa della narrazione, con tanti, tantissimi riferimenti al primo volume del ciclo e ai personaggi lì presenti, in alcuni momenti rende un po' ostico andare avanti e si è costretti a fermarsi un attimo a pensare e a frugare nella memoria. Senza una legenda di nomi o qualcosa di simile, a volte è un po' difficile ricordare chi fosse il tal personaggio e cosa avesse fatto (soprattutto se "Hyperion" lo si era letto anni e anni fa, magari ancora in edizione Mondadori).
Nonostante (o forse proprio per merito di) questi ostacoli, che sono naturalmente tra i pregi di questa opera, la lettura scorre e riesce a farsi seguire. Questo anche perchè la quantità di fatti e situazioni raccontate è enorme. Sicuramente è maggiore e più intricata di quel lineare e lungo viaggio, a tratti degno di un romanzo di space opera di medio livello, a cui si era ridotto il precedente "Endymion". No, qui si riprende invece lo stile che aveva contraddistinto "La Caduta di Hyperion", con tanti personaggi, ciascuno in punti nevralgici dell'universo, a diretto contatto con i centri del potere e le decisioni che contano.
E' evidente l'impegno di Simmons nel creare una sorta di dicotomia, di dualità: così come "Endymion" dovrebbe riprendere "Hyperion" per il tema del viaggio (seppur con risultati decisamente diversi), così "Il Risveglio di Endymion" dovrebbe riprendere "La Caduta di Hyperion" per stile e metodi narrativi.
Se l'intreccio narrativo dunque funziona, sono altre le pecche di questo romanzo, sia dal punto di vista concettuale che di mera scrittura.
Quella che, infatti, era nata come una grandiosa saga di fantascienza, basata su viaggi nel tempo e nello spazio, guerre, intelligenze artificiali e mille altre cose, qui diviene a tratti una vicenda religioso/messianica. Alcuni dei concetti alla base dei primi libri, come la libertà di scelta, l'accettazione (e la bellezza) della diversità delle forme di vita umana (anche e soprattutto là dove si evolve in qualcosa di apparentemente alieno), sono mantenuti. Ma Simmons ogni tot di pagine ci tiene a sottolineare come alcune cose dette dei primi 2 libri fossero menzogne o semplificazioni materiali e a sostituire fatti e concetti scientifici con rivelazioni filosofiche. Ogni idea meta-scientifica viene svilita e definita come la visione miope e terra-terra di qualcosa di incomprensibile e metafisico. Un modo di fare ripetuto tanto spesso da far ben presto pensare al lettore a un cambio di rotta in corso d'opera (che neanche noi escludiamo). Per quanto, dunque, la storia si lasci seguire e riesca anche ad appassionare e a coinvolgere, ci sembra quindi un po' riduttivo, semplicistico e (diciamolo) opportunistico, riportare tutta la vicenda solo alla figura messianica di Aenea (per quanto lei continui a dire di NON essere un messia).
La tecnologia viene superata (e ridicolizzata), dalla fede e dalla religione che permettono gesti e azioni ben più grandi e incredibili. Addirittura viene demonizzata, perchè descritta come qualcosa di distruttivo e innaturale. Mentre motore di tutto, fin dall'inizio del primo libro, alla fine si rivela essere la vita, con la V maiuscola, entità metafisica e metadimensionale che tutto muove e tutto dirige per i suoi scopi, come una sorta di grande architetto.
Dall'altra parte, inoltre, vi sono alti e bassi anche a livello di scrittura. Simmons passa, senza soluzione di continuità, da momenti frenetici, in cui fa succede mille cose in contemporanea, ad altri in cui si prende 50/100 pagine di vacanza. Ad esempio descrizioni, similitudini e metafore riguardo a TUTTE le catene montuose di un pianeta e a TUTTE le sue formazioni nuvolose, che sembrano puri e semplici esercizi di stile fini a se stessi.
Per concludere, tirando le fila non solo de "Il Risveglio di Endymion", ma di tutto il ciclo, il mio consiglio non può che essere di leggerlo. Si tratta di un consiglio che sembra andare contro al tono di questa recensione, è vero. Molto semplicemente questi quattro libri insieme sono, effettivamente, una grande opera che qualsiasi appassionati di SF dovrebbe leggere.
Non si può, però, neanche negare che, iniziato benissimo con un capolavoro che trascende le etichette di genere e proseguito con un grandissimo libro di fantascienza, il ciclo abbia poi avuto un tonfo con il terzo e si sia poi solo un po' rialzato con l'ultimo capitolo, pur senza tornare ai fasti dell'inizio e, soprattutto, prendendo una strada che sembra tradire l'idea originale. Avvisati di questo, quindi, si potrebbe riuscire a leggere gli ultimi due volumi nella giusta ottica e, magari, anche apprezzarli maggiormente.    

mercoledì 10 luglio 2013

Neil Gaiman - "Sandman Omnibus Vol. 6 - Destino"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Sandman Omnibus Vol. 6 - Destino"
Edizione: RW Lion
Anno: 2013

Sesto e penultimo volume per la ristampa in formato elegante del capolavoro di Neil Gaiman che ha consacrato l'autore inglese come uno dei grandi del fumetto mondiale. 
Se già i volumi precedenti erano stati contraddistinti da una certa unità di temi, personaggi e situazioni, pur articolandosi in contributi diversi (storie dalla serie regolare, ma anche episodi singoli e staccati o provenienti da collane satelliti), qui abbiamo una svolta. Questa sesta uscita, infatti, presenta integralmente ed esclusivamente un lungo ciclo di storie della serie regolare di Sandman intitolato "Le Eumenidi". Si tratta, senza mezzi termini, di uno dei momenti più drammatici e al contempo più importanti e più alti (a livello di scrittura) di tutta la serie. 
La scelta di intitolare ogni volume con il nome di uno dei Eterni, si rivela quanto mai azzeccata in questa occasione. E' (il) Destino, infatti, che guida le scelte dei personaggi in gioco, come fossero attori su di un palco, mossi come marionette dall'ineluttabilità del fato (o di una parte che si sono scritti da soli). 
La scrittura di Gaiman, come si diceva, qui raggiunge vette forse mai toccate prima riuscendo a fondere un'epica che ha l'afflato delle tragedie greche con la poetica dei grandi poeti inglesi e i tratti surreali e onirici che gli sono propri. Ne "Le Eumenidi" c'è tutto quello che i fan di Sandman (e dell'autore inglese), hanno sempre cercato e voluto, ma c'è anche molto di più. 
Così tanto di più che le appendici si rivelano, in questo caso in particolare, da una parte fondamentali e dall'altra gustosissime. 
Fondamentali perchè Gaiman stratifica come non mai di livelli di lettura differenti le pagine, rendendo così necessaria almeno una piccola guida. Intendiamoci: il fumetto si legge benissimo anche da solo, apprezzandone semplicemente la trama, i disegni e ciò che si percepisce a una prima, superficiale, lettura. Con la dovuta attenzione, inoltre, diversi altri livelli di disvelano in maniera più o meno semplice e immediata. Altri, invece, così come alcune citazioni, più legati a una cultura e a un background culturale e letterario anglosassone (o più semplicemente a quello personale dell'autore), necessitano per forza di un aiuto. 
Gustosissime perchè, proprio nel caso di questi riferimenti più personali a cui si accennava poc'anzi, la lettura diviene un divertente girovagare tra gli autori preferiti di Gaiman, le loro frasi che più gli sono rimaste impresse, gli aneddoti e le situazioni che hanno portato alla nascita di questo o quel personaggio. Una di quelle cose, insomma, per i quali i fan vanno (giustamente) in brodo di giuggiole. 
Non si può quindi che concludere che questo sesto volume, per l'uniformità del contenuto e per l'eccezionale validità delle note, si configuri come il migliore pubblicato fin'ora. Una lettura consigliata a tutti, fan e non fan, anche se ci rendiamo conto di come sia strettamente necessario leggere i precedenti per poterlo apprezzare appieno. Ne manca uno solo alla conclusione della saga di Morfeo, rimaniamo in attesa del gran finale.

giovedì 27 giugno 2013

George R. R. Martin - "Tempesta di Spade" Parte Seconda

Autore: George R. R. Martin
Titolo: "Tempesta di Spade" Parte Seconda
Edizione: Mondadori - Urania Grandi Saghe
Anno: 2009

Seconda parte di "Tempesta di Spade", terzo libro del ciclo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco qui per la prima volta presentato con un titolo fedele all'originale e in una edizione che, almeno, non spezza il libro in mille volumi diversi. 
Chi potesse essere convinto che Martin, a lungo andare, potesse rimanere a corto di idee, si ricrederà decisamente dopo aver finito questo tomo. Dopo "Il Gioco del Trono", il cui finale aveva dato definitivamente inizio alla guerra e "Lo Scontro dei Re" che ci aveva mostrato le mosse e le contromosse di tutti i partecipanti, "Tempesta di Spada" rimescola tutte le carte presenti sul tavolo. Per le situazioni e i colpi di scena questo è, probabilmente, il migliore dei libri fin'ora usciti del ciclo. 
La regola aurea di Martin sul fatto di non affezionarsi mai troppo a un personaggio, perchè chiunque può morire, qui sembra venir portata alle estreme conseguenze. Tutto il tomo è, letteralmente, un bagno di sangue e son tante, tantissime, le teste che rotolano, sia tra i personaggi secondari che tra quelli di primissimo piano. 
Vecchi e nuovi nemici passano a miglior vita, eroi cadono, ma anche personaggi che si credeva negativi mostrano un nuovo volto e sembrano destinati a grandi cose. Proprio in tutto questo sta la bellezza del ciclo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e la bravura di Martin. Non solo nel non sapere mai cosa aspettarsi quando si gira pagina, ma anche, e soprattutto, nella caratterizzazione di ciascun personaggio. Uomini, donne, ragazzi e bambini che non sono bidimensionali, ma sembrano uscire letteralmente dalla pagina. Nessuno è mai (salvo poche, pochissime, eccezioni) del tutto buono o del tutto cattivo, ciascuno è spinto a prendere decisioni dal suo passato, dai suoi desideri e amori, nonché dalla situazione contingente. Così gli eroi possono divenire macellai e i bastardi compiere gesti di infinita pietà. Ognuno ha un background che lo rendo ciò che è e che ci permette, una volta che si osserva il mondo con i suoi occhi, di capirne le ragioni (anche se non necessariamente a condividerle). 
La narrazione per punti di vista, inoltre, permette di intessere sottotrame e intrighi che non si disvelano mai istantaneamente o del tutto chiaramente. Questo perchè ognuno racconta gli eventi a cui ha assistito a modo suo, li distorce sulla base delle sue emozioni o dei suoi preconcetti. Così, fatti raccontati da personaggi diversi possono apparire diametralmente opposti. 
Una lettura sicuramente consigliata a tutti coloro che amano il fantasy, ma anche a chi piace leggere libri che si elevano sopra la media. "Tempesta di Spade" è un gran libro, capace di intrattenere con intelligenza e astuzia, decisamente non banale e molto lontano dagli stereotipi del genere. Non vincerà mai il Nobel, ma di certo è letteratura di genere di altissimo livello.

lunedì 10 giugno 2013

Valerio Evangelisti - "Day Hospital"

Autore: Valerio Evangelisti
Titolo: "Day Hospital"
Edizione: Giunti
Anno: 2013

Composto con stralci di mail inviate alla mailing-list dei suoi lettori, messaggi privati e qualche pensiero sparso, "Day Hospital" è una sorta di diario della malattia. Una malattia da cui Valerio Evangelisti sembra, per fortuna, essere guarito, ma che ha lasciato dietro di sé diversi strascichi, anche importanti. 
"Day Hospital" permette, senza moralismi, falsi pietismi o eccessive drammatizzazioni, di seguire passo passo il percorso della malattia e del malato. Forse è proprio questa la freccia più importante all'arco di questo libro: l'essere una cronistoria quasi didascalica, per nulla romanzata. Proprio questo modo di raccontare permette di capire e percepire i sentimenti dello scrittore mentre viveva quei momenti. Accettazione della malattia e della possibilità di morire come qualcosa di inevitabile, prima o poi, ma anche voglia di combattere fino all'ultimo e di non lasciarsi abbattere dalle avversità. Non solo, è anche una lucida analisi, momento per momento, delle emozioni provate, delle riflessioni fatte, dei sentimenti che si sono succeduti. Situazioni che divengono quasi archetipi, quasi passi obbligati che qualsiasi malato si trova ad affrontare. Il tutto farcito, in modo molto parco, anche da qualche passaggio ironico, capace di rendere più semplice la lettura e non renderla troppo oppressiva. Al contempo in grado di far capire come anche in certe situazioni si può ancora riuscire a sorridere. 
Oltre al periodo della malattia vera e propria, però, questo "Day Hospital" (che si presenta con il titolo con cui uscì in allegato al Corriere della Sera), propone anche una seconda parte inedita. Si tratta del decorso dei postumi delle cure, una serie di effetti collaterali su cui spesso i medici tacciono, ma che possono essere piuttosto gravi. Anche per questo, questo piccolo libro, è interessante e verrebbe voglia di consigliarne la lettura a tutti. Perchè non è solo un esempio di come una persona abbia vissuto la malattia e ne sia uscita, ma offre importanti informazioni, nozioni, che potrebbe essere utile conoscere. 
Certo, come dicevamo, il valore di "Day Hospital" non si esaurisce nell'essere una sorta di opuscolo, scritto bene, sulle cure e sulle cure alle cure. Proprio perchè non ha alcuna pretesa di esser preso a esempio o di volersi mettere in mostra, questo libro diviene cronaca, ma anche racconto e diario di una malattia vissuta con assoluta dignità. 
Una lettura consigliata a tutti, non ai soli fan di Evangelisti, perchè libri come questo travalicano i generi e le preferenze per uno scrittore o l'altro. L'unica pecca, forse, è che sia così breve e che si legga in una giornata.