Avvertenze

- - - - - - - LE RECENSIONI POSSONO CONTENERE SPOILER!!! - - - - - - -

giovedì 3 dicembre 2015

Douglas Preston & Lincoln Child - "La Ruota del Buio"

Autore: Douglas Preston & Lincoln Child
Titolo: "La Ruota del Buio"
Edizione: Rizzoli
Anno: 2008

Come sempre, Preston & Child non deludono (almeno quando sono in coppia) e, soprattutto, non delude l'ennesima avventura di Pendergast.
In realtà, in questa occasione, l'agente speciale, dopo una prima parte del libro da assoluto protagonista, si eclissa un po', lasciando ai personaggi di contorno il compito di portare avanti la storia e la narrazione. Sono, infatti, solo questi ultimi gli unici testimoni di molti degli accadimenti della seconda parte del romanzo, mentre Aloysius è in altre faccende affaccendato. Questo non inficia in alcun modo la fruibilità del libro, che anzi rimane avvincente (come sempre, del resto) dall'inizio alla fine. Solo rimane forse un pizzico di delusione nei fan di Pendergast per non averlo visto in azione un po' di più, soprattutto nei dialoghi e in tutte quelle situazioni in cui appare sempre brillante.
Il libro si segnala anche per la presenza dell'elemento fantastico, qui presente in maniera ben più spiccata rispetto al solito. Nei precedenti volumi una qual fantasiosa giustificazione scientifica veniva sempre trovata per tutto quello che succedeva, senza lasciare mai spazio all'esoterismo o alla magia vera e propria. Con "La Ruota del Buio", invece, sembra che questo tabù venga infranto, lasciando oltretutto al soprannaturale un ruolo decisamente attivo e protagonista (soprattutto nella seconda parte del libro). Nel finale si cerca di riallacciare tutto quando detto e mostrato a teorie scientifiche di ultimissima generazione, ma in realtà il libro avrebbe (e in effetti lo fa) funzionato benissimo anche senza.
Per concludere, dopo la trilogia di Diogenes, una vicenda leggermente più classica, ma non per questo meno divertente ed avvincente, per l'agente speciale. Ovviamente i fan non potranno lasciarsela scappare, anche perché, a discapito di tutto, forse lo scontro tra Pendergast e suo fratello è destinato ad avere più strascichi di quanto ci si sarebbe potuti aspettare e, ovviamente, saranno di portata epocale.

venerdì 20 novembre 2015

John Wyndham - "I Figli dell'Invasione"

Autore: John Wyndham
Titolo: "I Figli dell'Invasione"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione
Anno: 2012

Ci sono libri che invecchiano bene ed altri che invecchiano male. "I Figli dell'Invasione" appartiene indiscutibilmente alla prima categoria.
I motivi sono principalmente due: come è scritto e i temi che va a toccare.
Wyndham riesce a tenere alta l'attenzione dall'inizio alla fine. Il crescendo del finale, verso un epilogo che è ampiamente annunciato, ma che appare ineluttabile, è assolutamente grandioso e ha i toni della tragedia. Si capisce ben presto cosa accadrà, quale sarà l'unica soluzione possibile, eppure si continua a leggere, avvinti alle pagine, quasi speranzosi che le cose possano andare diversamente. Sono pochi gli autori capaci di lasciar presagire il finale con tanto anticipo, ma al contempo in grado di portare mano nella mano il lettore fino alla parola fine senza lasciargli in bocca il sapore di qualcosa di "scontato".
L'altro grande pregio di questo libro, come si diceva, sono i temi che va a toccare. Temi così ancestrali, così connaturati all'essere umano, da non essere toccati dal passare del tempo.
"I Figli dell'Invasione" va a toccare uno degli imperativi biologici di qualsiasi essere vivente: riprodursi e far proseguire la propria specie. Wyndham fa un bellissimo esempio paragonando la situazione del libro a quella del Cuculo, che depone il proprio uovo nel nido di un altro uccello, così che sia quell'altro a crescere la sua prole, la quale si dimostrerà estremamente aggressiva liberandosi ben presto degli altri pulcini, più deboli di lui. Su questa paura, sul timore che i nostri figli possano essere sostituiti da qualcosa di diverso, di alieno, giunto qui solo per porre fine alla nostra esistenza, l'autore britannico basa tutto il libro. E fa bene, perché è una paura terrificante e al contempo in grado di far presa su chiunque, più che sufficiente per poter reggere tutto l'impianto del romanzo.
Al contempo Wyndham non ci mostra solo le paure per il diverso, ma anche le normalissime reazioni di negazione e, addirittura, di incondizionato amore dei genitori, in particolare delle madri, che non possono fare altro che continuare ad amare il proprio figlio, nonostante tutte le prove contrarie.
L'unica pecca, se proprio se ne vuole trovare una a questo libro, è dovuta al modo di pensare di alcuni personaggi (neanche tutti, a dire il vero), molto british e legata al periodo storico in cui il romanzo è stato scritto. Oggi, infatti, di fronte a un fatto similare, con un numero eccezionale di gravidanze inspiegabili, in molti casi indesiderate e, per finire, con caratteristiche assolutamente strane e peculiari, molte delle donne coinvolte non avrebbero indugiato un solo minuto prima di ricorrere all'aborto. Nella vicenda di Wyndham, invece, questa ipotesi non è contemplata in alcun modo, neanche di sfuggita. Ma non dubitiamo che, anche oggi, vi siano persone che potrebbero seguire questa linea di pensiero. Probabilmente è questo il solo segno del passare del tempo di cui risente quest'opera, ma è un segno che passa decisamente in secondo piano rispetto a tutti gli altri pregi.
Per concludere Wyndham ci consegna un libro che risulta attualissimo ancora oggi, ancora capacissimo di fare presa sulle paure dell'essere umano. A parte qualche ovvia discrepanza tra i modi di fare e pensare attuali e quelli dei personaggi del romanzo, sembrerebbe quasi non fosse passato neanche un solo giorno da quando è stato scritto.
Indubbiamente un capolavoro, non c'è nient'altro da dire.

martedì 17 novembre 2015

Arthur C. Clarke e Frederik Pohl - "L'Ultimo Teorema"

Autore: Arthur C. Clarke
Titolo: "L'Ultimo Teorema"
Edizione: Mondadori - Urania
Anno: 2012

2+2=4.

Lo sappiamo tutti.
Quando agli addendi, però, si sostituiscono i nomi di autori, scrittori, creativi, soprattutto se di grande ingegno, spesso il risultato è superiore alla somma delle parti. A maggior ragione ci si aspetterebbe un grandioso risultato, se a essere coinvolti sono due mostri sacri della fantascienza come Arthur Clarke e Frederik Pohl. Entrambi non hanno certo bisogno di presentazioni e possono a più che buon diritto essere annoverati tra quegli scrittori che hanno fatto la storia (e la fortuna) di questo genere letterario.
Eppure, il risultato della loro somma è stato 3.
"L'Ultimo Teorema" era giustamente atteso dagli appassionati come un appuntamento da non mancare, da non lasciarsi sfuggire. Innanzitutto perché si trattava della prima collaborazione tra questi due grandissimi autori, secondariamente a causa della scomparsa di Clarke e del fatto che questo è stato l'ultimo libro a cui aveva lavorato.
Purtroppo le speranze sono andate ampiamente deluse.
Il romanzo è sicuramente scritto bene e riesce anche a incuriosire e a coinvolgere per lunghi tratti, ma non succede sostanzialmente nulla. Il fatto che la vicenda non presenti un vero e proprio sviluppo inizio-svolgimento-fine, ma sia solo uno spaccato della vita dei protagonisti, non è di per sé un male, sono vari gli esempi (in letteratura, fumetti, cinema) di opere meritevoli che ruotano attorno allo slice-of-life. Il vero problema è che il libro è infarcito di situazioni e idee che sarebbero potenzialmente interessanti, ma rimangono tutte appena fuori dal punto di vista della narrazione, come se fossero colte solo con la coda dell'occhio e siano destinate a rimanere per sempre fuori fuoco.
Tutte le vicende ci vengono raccontate da personaggi che non sono mai al centro dell'azione, ma anche in questo caso non si tratta necessariamente di un male. Il fatto è che come non ci viene mai fatto un quadro completo di quello che succede nelle stanze del potere (che poteva essere una linea narrativa), allo stesso modo non ci viene neanche mostrato come una "persona qualunque" potrebbe vivere quei momenti. Il risultato è un libro che non è né carne né pesce, non riesce mai a decidersi ad andare con decisione da una parte o dall'altra e finisce per rimanere in un limbo di ignavia che ne fa precipitare la resa finale.
Ignoriamo, infine, se il finale sia tale perché deciso insieme dai due autori o se risulti in qualche modo monco a causa della dipartita di Clarke e riaggiustato alla bell'e meglio da Pohl, ma è decisamente del tutto insoddisfacente.
Insomma, questo incontro tra due dei più brillanti autori della SF avrebbe potuto essere il miglior testamento possibile per Clarke, che ci avrebbe lasciato un capolavoro (l'ennesimo) come sua ultima opera. Purtroppo si tratta di un romanzo a tratti raffazzonato, piuttosto inconcludente, che sembra non avere le idee chiare di dove voglia andare e di cosa voglia dire.
Un vero peccato.

giovedì 29 ottobre 2015

Jonathan Carroll - "Il Paese delle Pazze Risate"

Autore: Jonathan Carroll
Titolo: "Il Paese delle Pazze Risate"
Edizione: Mondadori - Strade Blu
Anno: 2004

Non tutti gli scrittori iniziano col botto, alcuni riescono a mostrare tutte le proprie qualità solo a distanza di tempo dall'esordio.
Non è il caso di Jonathan Carroll.
Leggendo "Il Paese delle Pazze Risate" si capisce subito perché sia diventato, in brevissimo tempo, uno degli autori più apprezzati del panorama fantastico. In questo suo primo libro si possono già ritrovare tutti quegli elementi che lo hanno reso famoso e che rendono unico il suo stile e le sue storie.
La descrizione semplice, eppure così realistica, dei comportamenti di tutti i giorni, delle abitudini che ciascuno di noi ha, magari senza neanche saperlo. La delicatezza con cui tratteggia i rapporti tra le persone che si amano, rendendo i personaggi vivi, mai troppo affettati o caricaturali. La profondità che riesce a donare ai protagonisti dei suoi romanzi, al punto che ci sembra quasi di conoscerli fin da quando erano bambini.
Ma anche il sottile senso di inquietudine che riesce a trasmettere anche quando tutto sembra apparentemente normale. O, ancora, la straordinaria fantasia e il modo in cui, quasi in punta di piedi, introduce il fantastico nelle sue storie.
Ogni romanzo di Carroll è un perfetto mix di tutti questi elementi e, spesso, molti altri ancora, ognuno dosato con pazienza e sapienza.
"Il Paese delle Pazze Risate" non è solo una bella e originale storia, ma anche un romanzo di formazione e di crescita. D'altra parte molti sono i libri di Carroll in cui la trama è stratagemma per portare i protagonisti a conoscersi meglio, a scavare in profondità dentro sé stessi alla ricerca del loro vero io. Al suo esordio letterario l'autore americano trapiantato a Vienna non fa eccezione e ci presenta Thomas, un protagonista che non ha quasi nulla di quello che ci si aspetterebbe da un protagonista. Emotivamente insicuro, apparentemente non del tutto cresciuto, nonostante abbia un lavoro e una vita ormai stabile e indipendente, vive costantemente (anche per sua scelta) all'ombra di un padre ingombrante, di cui vorrebbe liberarsi, ma al contempo non può fare a meno di continuare a ricordare e citare. Lungo tutta la vicenda sono forse più gli errori che le cose giuste che fa: tanti sbagli, piccoli e grandi, capaci di renderlo un personaggio per certi versi anti-empatico, ma terribilmente umano.
Le vicende lo porteranno a doversi confrontare con il suo modo di intendere la figura paterna, da una parte con il padre putativo che aveva trovato nei libri che leggeva da piccolo, dall'altra con il suo vero padre, con cui non era mai riuscito a scendere a patti e con il quale giunge, infine, a una particolarissima riconciliazione.
"Il Paese delle Pazze Risate" appassiona, incuriosisce, risucchia il lettore nelle sue pagine e, quando meno ce lo si aspetterebbe, riesce a sconvolgerlo mettendo in dubbio tutto quanto. Dopo di che lo strazia e lo porta verso un finale di pura soddisfazione.
Non sono molti i libri in grado di fare questo, ma molti libri di Carroll ci riescono. Per questo sarebbe un peccato anticipare qualcosa della trama, meglio lasciare al lettore tutto il gusto di scoprire cosa l'autore ha in serbo per lui.

venerdì 26 giugno 2015

Nevil Shute - "L'Ultima Spiaggia"

Autore: Nevil Shute
Titolo: "L'Ultima Spiaggia"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione
Anno: 2015

"L'Ultima Spiaggia" è un libro importante, giustamente considerato come uno dei classici della narrativa del dopo-bomba, che lascia un senso di vuoto difficile da colmare.
Il motivo, però, cambia a seconda del lettore.
Chi si fosse, forse un po' incautamente, accostato a questo romanzo di Nevil Shute attendendosi un storia avventurosa, una vicenda al cardiopalma su come l'equipaggio di un sommergibile tenti disperatamente di trovare una via di fuga, un'insperata salvezza per un genere umano apparentemente condannato all'estinzione dalle conseguenze di una guerra nucleare mondiale, sarebbe rimasto certamente deluso. Il senso di vuoto sarebbe assolutamente palpabile e giustificato.
Il motivo è semplice: non solo non è di questo che parla questo libro, ma non è neanche lo scopo con cui è stato scritto.
Shute non ci vuole raccontare una vicenda di "semplice" intrattenimento né, tanto meno, usare il libro per mandarci un messaggio e insegnarci qualcosa. Non si tratta neanche di una allegoria o una metafora dell'oggi, come tanti altri volumi di fantascienza.
"L'Ultima Spiaggia", in realtà, è una cronistoria: lenta, imparziale, senza inutili sentimentalismi, della fine. I personaggi del libro, seppur in alcuni casi appena abbozzati, riescono a risultare vividi, reali, perché pieni di difetti e, in alcuni casi, fissazioni.
Come reagiremmo noi se avessimo la certezza che più nulla si può fare? Che la fine avanza senza speranza per tutti? Che rimane poco tempo per fare tutto ciò che non abbiamo mai fatto prima?
Sono queste le domande che sembrano spingere avanti il libro e, leggendolo, viene facile pensare che, probabilmente, gran parte di noi si comporterebbe esattamente come i personaggi. Si cercherebbe di realizzare un ultimo grande sogno, magari, o ci si lascerebbe andare a qualche pazzia. Ma probabilmente sarebbero attività che ci stancherebbero ben presto e, prima o poi, si tornerebbe a concentrarsi su ciò che è più importante per noi.
Certo, qualche anno è passato da quando Shute ha dato alle stampe il suo romanzo per la prima volta, tanta acqua è passata sotto i ponti e anche le persone sono cambiate. Scritto oggi, lo stesso libro darebbe decisamente più spazio a scene generalizzate di caos e anarchia, con un governo ormai del tutto inutile e l'ordine civile scomparso, mentre il nostro autore ha una visione decisamente più ordinata e distinta della popolazione, come se tutti fossero perfetti gentleman e si comportassero come tali fino alla fine. Eppure, fatto salvo un certo modo di pensare ormai chiaramente superato (non migliore o peggiore, solo non più diffuso), pur dopo tanto tempo la forza del libro rimane immutata.
Con la sua prosa semplice, eppure efficace, i suoi personaggi tanto normali, tanto comuni, da poter esser noi stessi, le sue descrizioni delle attività di tutti i giorni, riesce a toccare le corde dell'animo umano. Il risultato è che, anche se non ce ne accorgiamo, comincia a scavarci dentro, per andare sempre più a fondo e, quando abbiamo finito, tutto ciò che ci lascia è un gran vuoto dentro.

mercoledì 10 giugno 2015

George R. R. Martin - "Il Banchetto dei Corvi"

Autore: George R. R. Martin
Titolo: "Il Banchetto dei Corvi"
Edizione: Mondadori - Urania Grandi Saghe
Anno: 2010

Con "Il Banchetto dei Corvi", quarto volume del Ciclo del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, facciamo la conoscenza di qualche nuovo "punto di vista". In alcuni casi personaggi nuovi, in altri casi personaggi che avevamo già incontrato nel percorso fino a qui, ma che, divenendo narratori, si svelano a noi sotto nuovi aspetti. Martin ci ha abituato, spesso, a come vedendo il mondo di Westeros con occhi diversi, cambi anche la percezione di cosa è giusto e cosa è sbagliato, al punto da riuscire a rendere comprensibili, quando non completamente accettabili o giustificabili, anche atti e scelte che fino a poco prima ci apparivano mostruosi. Così come alcuni fatti, narrati da un punto di vista o dall'altro, appaiono completamente diversi, proprio perché differente è il giudizio che ne dà colui che racconta, che quindi, implicitamente, tende a mostrare una verità differente.
Proprio in questa caratteristica, in questo totale relativismo della storia e dei personaggi, risiede una delle armi migliori dell'autore. Nulla è assoluto, poche sono le cose su cui tutti concordano.
Ma questo filtrare ogni vicenda attraverso gli occhi di un personaggio diverso, con il suo carattere specifico, le sue idee, le sue convinzioni e credenze, nonché le sue ambizioni e sogni, fa sì che non solo tutto il libro (e di riflesso tutta la saga) acquisisca automaticamente un livello in più di interesse, rispetto a una narrazione prettamente lineare, ma dona un enorme spessore proprio ai protagonisti che popolano questo mondo.
Un esempio lampante è stato, fin dal volume precedente, quello del personaggio di Jaime Lannister: trasformato da soggetto bidimensionale a protagonista a tutto tondo (non a caso ben presto divenuto uno dei preferiti dai lettori). Qualcosa di simile accade anche in questo "Il Banchetto dei Corvi", in cui a subire un approfondimento simile è la sorella gemella di Jaime: Cersei. Purtroppo per lei, però, vi è ben poco a cui aggrapparsi per farla risultare simpatica: nonostante i torti subiti, principalmente per il solo fatto di essere una donna in un mondo estremamente maschilista, non si riesce a parteggiare per lei. Le sue scelte estremamente egoiste, il suo atteggiamento sprezzante e di superiorità nei confronti di chiunque la circondi, la sua miopia delle conseguenze, ogni volta che prende una decisione, fanno sì che acquisisca certamente molto spessore, ma che divenga perfino più antipatica di prima.
Ma perché concentrarsi tanto, in questa recensione, su Cersei?
Principalmente perché è al suo punto di vista che viene demandata buona parte della narrazione di questo libro. Qualcosa di interessante accade a Dorne, Samwell vive le sue avventure, qualcuno ci lascia per sempre, Jaime sembra finalmente stia imparando a usare la testa, invece della spada per risolvere i problemi, Brienne si impegna in una ricerca forse infinita e senza speranza, Ditocorto prosegue con i suoi intrighi garantendosi gradualmente sempre più potere e molte, pessime, decisioni vengono prese dalle parti di Approdo del Re. Tanti piccoli colpi di scena punteggiano il libro e rendono la lettura sempre appassionante, ma in generale si ha l'impressione che questo sia un po' un volume di passaggio, in cui preparare il terreno per qualcosa che deve venire.
Certamente anche la scelta di suddividere i personaggi tra questo e il successivo (La Danza dei Draghi), non ha certo aiutato. Molto, tra l'altro, si potrebbe dire sull'effettiva utilità di questa decisione. A detta di Martin, infatti, ha preferito inserire metà dei personaggi per raccontare tutta la storia di ognuno di loro, invece che metà storia di tutti. Peccato che, come sempre è accaduto fino a ora, non vi sia alcun inizio e alcuna fine (se non con la morte) per i personaggi, ma solo un continuo scorrere che, per comodità, viene ripreso e interrotto poco prima o poco dopo. In questo caso, inoltre, non vi è neanche un grosso evento come una battaglia o la morte di un protagonista, a poter fare da spartiacque.
Probabilmente, dunque, se Martin avesse continuato come fatto fino a ora, portando avanti le vicende di tutti i personaggi (magari anche limitando un po' i pensieri ripetitivi e ridondanti di Cersei, per quanto utili a farne capire l'atteggiamento ossessivo), mescolando così quarto e quinto volume, ne sarebbe uscito un libro migliore. Anche così, però, è sicuramente una lettura consigliata a tutti gli appassionati della saga.

venerdì 10 aprile 2015

Valerio Evangelisti - "Il Sole dell'Avvenire - Chi ha del Ferro ha del Pane"

Autore: Valerio Evangelisti
Titolo: "Il Sole dell'Avvenire - Chi ha del Ferro ha del Pane"
Edizione: Mondadori - Strade Blu
Anno: 2014

In questo secondo volume, di tre, le vicende sembrano riprendere là dove le avevamo lasciate al termine del primo "Il Sole dell'Avvenire". I protagonisti non sono grandi uomini, generali, eroi, geni, non sono personalità che hanno fatto la storia. Sono, semmai, coloro che la storia l'hanno subita, in tutti i sensi. I personaggi di Evangelisti sono persone normali, comuni, che il più delle volte cercano solo di sopravvivere in un mondo e in una realtà che fa sempre i conti senza di loro.
Proprio nella profonda umanità dei protagonisti, tutti loro, sia da quelli di primo piano che quelli che si muovono un po' sullo sfondo, risiede una delle principali qualità di questo romanzo (così come del precedente). Alcuni sono simpatici, altri meno, ma tutti, con le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, ci sembrano fin da subito veri, reali, e non solo quei personaggi empatici, ma un po' bidimensionali, di tanti libri. Reglio, Eleuteria, CinCin, ma anche Canzio e tutti gli altri, escono letteralmente dalle pagine, si fanno carne e sangue davanti ai nostri occhi, divenendo vecchi amici che ci fanno ridere con le loro battute, ma anche preoccupare e piangere con le loro disgrazie.
Ma "Chi ha del Ferro ha del Pane", non è solo una storia di varia umanità, spesso di povertà e miseria. E' un romanzo che racconta la Storia, quella con la S maiuscola, ma lo fa dal punto di vista degli ultimi, di coloro che la storia ha il più delle volte escluso o dimenticato. Così non vediamo le stanze del potere, perfino durante i frequenti scioperi che punteggiano il volume, anche quelli più piccoli, mai una volta siamo dove vengono prese le decisioni. Tutte le scelte ci vengono riferite. E a noi lettori, così come ai protagonisti, non rimane che prenderne atto. Magari arrabbiarsi, decidere di opporsi e combattere o fuggire, ma mai veniamo interpellati o possiamo partecipare in alcun modo al processo decisionale.
Il lettore diviene, in questo modo, protagonista a sua volta del libro: fratello, figlio, amico, compagno dei personaggi che vi si muovono e che tanto patiscono.
Intanto, la Storia va avanti. Leggi vengono emanate, guerre vengono dichiarate. Ai protagonisti e a noi lettori non rimane che scendere a patti con tutto ciò. Ci si arrangia, si fa buon viso a cattivo gioco e, quando possibile, si cerca di portar a casa la pelle. Evangelisti ci risparmia il racconto in prima persona del massacro che fu la Prima Guerra Mondiale, preferisce, piuttosto, soffermarsi su ciò che avveniva in Italia, nelle campagne, e di come a mandare avanti tutto, dai campi coltivati alle fabbriche, fosse chi era rimasto: in prevalenza le donne.
Nonostante tutti i sacrifici, il romanzo ci mostra come per alcuni non vi sia mai riconoscenza, anzi, forse solo altre privazioni.
Siamo lontani come stile e come toni dai romanzi del ciclo di Eymerich che hanno reso celebre lo scrittore bolognese, eppure le similitudini sono molte più di quante si potrebbe credere. La fantascienza è spesso stata allegoria del presente e anche Evangelisti ha sempre usato il futuro per raccontare l'oggi.  Nel ciclo de "Il Sole dell'Avvenire" non è diverso: non più il futuro, bensì il passato, ma sempre usato come lente per vedere, analizzare e comprendere meglio l'oggi. Le battaglie per i propri diritti dei lavoratori dell'inizio del 1900 non sono dissimili per motivazioni da quelle dei lavoratori dell'inizio del 2000: il precariato, le ore lavorative, uno stipendio minimo che consenta di vivere e non solo sopravvivere, il riconoscimento degli stessi diritti per tutti e stipendi uguali a fronte di uguali lavori svolti, sono questioni, purtroppo, estremamente attuali.
Valerio Evangelisti, dunque, ci consegna un romanzo e una saga quantomai contemporanei, nonostante siano ambientati quasi un secolo fa. Un libro e un ciclo di straordinaria forza, grazie ai personaggi di cui è costellato, e di grande valore educativo e sociale per ciò che racconta e mostra.
Se non fosse automatico per ogni studente odiare qualsiasi libro gli venga dato da leggere, questi volumi bisognerebbe studiarli a scuola.

martedì 30 dicembre 2014

Paolo Bacigalupi - "La Ragazza Meccanica"

Autore: Paolo Bacigalupi
Titolo: "La Ragazza Meccanica"
Edizione: Multiplayer.it
Anno: 2014

Paolo Bacigalupi è un autore che, almeno in Italia, è salito agli onori della cronaca solo in occasione della vittoria del Premio Hugo, proprio con questo “La Ragazza Meccanica”. In realtà Bacigalupi è piuttosto noto oltreoceano ed è autore di diversi libri, sia per adulti che per young-adult.
Sono rimasto un po’ sorpreso che un libro come “La Ragazza Meccanica”, vincitore del Premio Hugo (cioè la più alta e importante onorificenza per la letteratura fantastica in lingua inglese), sia stato acquistato e pubblicato in Italia da Multiplayer Edizioni. Sia chiaro, non ho nulla contro la casa editrice, ma sfogliandone il catalogo si può vedere come sia specializzata soprattutto in novelisations di videogiochi, quindi pubblicazioni con un tenore ben diverso da questo romanzo. Soprattutto a sorprendermi è stato il fatto che un libro che tanto interesse ha suscitano oltreoceano, presentato come una vera e propria rivoluzione nella fantascienza, non fosse uscito ben prima presso altre case editrici più specializzate, come Urania Mondadori, Fanucci, Editrice Nord, etc. di solito molto attente al mercato nord-americano.
Ma veniamo al libro in questione.
Personalmente non ho particolarmente amato lo stile di Bacigalupi, ma, qui, bisogna purtroppo aprire una nuova parentesi. Avendo avuto tra le mani solo l’edizione italiana e non potendola confrontare con l’originale, non posso dire fino a che punto alcune scelte siano opera dell’autore e quali, invece, non magari frutto della traduzione. Il dubbio mi viene soprattutto a causa di una serie di scelte dell’editore italiano che mi vedono del tutto in disaccordo.
La carta con cui è realizzato il libro è molto dura, così come la rilegatura. L’impressione è di avere tra le mani un volume che sarebbe andato benissimo se avesse avuto la metà della pagine, ma che con queste dimensioni diventa troppo rigido, difficile da aprire senza il rischio di spaccare la colla della rilegatura. Una critica, inoltre, è necessario farla alla fase di controllo dei refusi prima di andare in stampa che, ci sembra, in questo caso è evidentemente stata del tutto assente. Non c’è praticamente pagina in cui non vi sia un errore di battitura, una parola storpiata, uno spazio in più o in meno, qualche accento o apostrofo dimenticato per strada. Infine, ma questo è gusto piuttosto personale, anche la scelta dei caratteri dell’impaginazione (titolo, autore, numero delle pagine in alto e in basso) è stata sbagliata.
Tutte scelte che, di per sé, sarebbero un difetto minimo, ma sommate insieme comunicano una certa mancanza di cura del prodotto.
Cosa non è una scelta, ma un errori veri e propri, però, sono diversi passaggi della traduzione del libro. Per fare un esempio su tutti, il personaggio di Kanna rimane per praticamente tutto il libro in una sorta di limbo sessuale, passando spesso e volentieri da femmina a maschio e viceversa. Succede subito all’inizio, in cui si è quasi portati a pensare che sia una scelta stilistica voluta in attesa di scoprire qualche rivelazione su di lei, quasi scompare nella parte centrale del libro, per poi riappare di nuovo alla fine. Quel continuo riferirsi a lei con “gli” invece di “le”, inoltre, fa pure temere che chi ha eseguito la traduzione non sappia fino in fondo l’italiano.
Non sappiamo, invece, se è una scelta della traduzione o dell’autore la scrittura tutta al presente, una scelta che ai più potrebbe far storcere il naso in quanto sembra togliere pathos a tutta la narrazione. Sospettiamo, comunque, che di chiunque sia stata la decisione, sia probabilmente stata influenzata dal notevole successo che stanno riscuotendo negli ultimi tempi diversi young-adult scritti proprio con questo stile (come la trilogia di “Hunger Games”, etc.).
Dal punto di vista dei contenuti, invece, bastano poche pagine per capire cosa abbia colpito i giudici del Premio Hugo per deliberare il vincitore. “La Ragazza Meccanica” è un fuoco di fila di invenzioni, di concetti e di situazioni effettivamente originali e innovativi. Il mondo in cui si viene sbalzati è ampissimo, complesso, estremamente realistico nelle descrizioni e plausibile nelle dinamiche che descrive. Risulta fin da subito evidente che prima della stesura del libro deve esserci stato un enorme impegno in fase di documentazione, in primis sulla Tailandia, e, a seguire, un grande lavoro per incastrare e far combaciare tutti i pezzi di quel gigantesco affresco che è la realtà del futuro de “La Ragazza Meccanica”.
La storia in sé, con i suoi tanti colpi di scena, ma, soprattutto, con i suoi tanti tradimenti, riesce a tenere attaccati al libro, mai certi di cosa succederà in seguito. Più volte, infatti, la vicenda sembra instradarsi in percorsi già tracciati, classici, quasi scontati, ma solo per essere ben presto capovolta. Lo stesso dicasi per i personaggi sia principali che secondari. Di stereotipati ce ne sono ben pochi, tutti quelli che agiscono attivamente, anche se a una prima occhiata appaiono piatti e bidimensionali, ben presto mostrano una complessità e tutta una serie di motivazioni che giustificano le loro azioni. Per quanto per alcuni risulti sempre difficile riuscire a parteggiare, a un certo punto non si può negare che abbiano uno scopo e che, guardando le cose dal loro punto di vista, tutto sommato ciò che fanno non è il male.
Per assurdo, tra tanti personaggi tridimensionali, l’unica a sembrare meno caratterizzata, per buona parte del libro, è proprio colei che dà il titolo al romanzo. Emiko sembra la classica ragazza debole e indifesa, in grado di riscattarsi da una vita di soprusi solo attraverso l’intervento salvatore di un uomo che si innamori di lei, capace di vedere oltre le apparenze.
Le cose non andranno esattamente così, per fortuna, ma preferiamo non rivelare di più per non togliere la sorpresa ai lettori.
In definitiva “La Ragazza Meccanica” è un gran bel romanzo, pieno di idee e di inventiva che non meraviglia abbia vinto il Premio Hugo. L’edizione italiana è, purtroppo, falcidiata da diverse pecche, sia nella cura editoriale che meramente realizzativi, ciò nonostante non possiamo assolutamente esimerci dal consigliarne la lettura.

martedì 16 settembre 2014

Andreas Eschbach - "Lo Specchio di Dio"

Autore: Andreas Eschbach
Titolo: "Lo Specchio di Dio"
Edizione: Fanucci
Anno: 2011

A tre anni di distanza dal capolavoro “Miliardi di Tappeti di Capelli”, che lo ha catapultato al centro dell’attenzione mondiale della letteratura di fantascienza, Andreas Eschbach dà alle stampe questo “Lo Specchio di Dio”.
Si tratta di un libro molto diverso da quello che gli ha dato la notorietà. Non più fantascienza pura, ambientata nello spazio profondo, tra mondi e galassie distantissime da noi (non solo geograficamente), bensì un romanzo che si svolge sulla terra, in un domani che sembra già oggi. “Lo Specchio di Dio”, anzi, è soprattutto un thriller, per quanto si poggi su basi assolutamente fantascientifiche.
Cosa succederebbe se uno scavo archeologico in palestina riportasse alla luce, sepolto duemila anni fa, il libretto di istruzioni di una videocamera che non è ancora stata neanche lanciata sul mercato? Davvero qualcuno ha viaggiato nel tempo ed è tornato indietro fino al tempo di Gesù o è solo un’elaborata truffa? A che scopo, poi? E se davvero qualcuno è tornato indietro, questo significa forse che esiste, da qualche parte, una videocamera che ha ripreso Gesù Cristo?
Questi sono gli interrogativi in cui Eschbach ci catapulta fin dalle prime pagine del libro.
I personaggi sono diversi, alcuni ben caratterizzati e capaci di riservare anche qualche sorpresa, qualcuno, invece, purtroppo un po’ stereotipato.
L’intreccio, sulla carta molto interessante, in realtà, all’inizio, arranca un po’. Troppo spazio, infatti, viene probabilmente lasciato allo scrittore di fantascienza tedesco (forse una auto-citazione di Eschbach?) assunto come consulente e alle sue elucubrazioni, nonché al racconto del background di tutti i personaggi. Troppe domande senza risposta e senza reale costrutto nello sviluppo della trama, troppe informazioni in una volta sola, che rischiano di rallentare inutilmente il ritmo della narrazione.
Passato questo primo scoglio, però, finalmente il romanzo prende velocità e le vicende iniziano a susseguirsi a ritmo frenetico fino a diventare una vera e propria caccia al tesoro in gara contro il tempo e con diversi partecipanti. Tra inseguimenti, indizi, false piste, pedinamenti e scontri a fuoco il romanzo decolla.
Questo, più o meno, fino a tre quarti, quando nuovamente i ritmi calano, rallentano quasi fino a fermarsi, per poi riservare il colpo di coda finale. Un finale che, nel suo essere quanto di più classicamente scontato ci si potrebbe aspettare, in realtà lascia il lettore con il sorriso sulle labbra.
“Lo Specchio di Dio” è un romanzo molto diverso e molto distante, anche per qualità, rispetto a “Miliardi di Tappeti di Capelli”. Certamente non è destinato a lasciare il segno come il libro d’esordio dello scrittore tedesco, né si tratta di qualcosa di particolarmente nuovo e originale. Già molti scrittori si sono soffermati sul tema del viaggio nel tempo accostato alla figura di Gesù Cristo, sia in romanzi che in racconti (come Philip K. Dick o Michael Moorcock, per citare i primi due che mi vengono in mente). L’idea iniziale di Eschbach, però, è buona e lo sviluppo della vicenda altrettanto. Forse sarebbe stato apprezzabile un maggiore coraggio nell’osare nel finale, ma “Lo Specchio di Dio” è pur sempre una validissima lettura, sicuramente consigliabile sia a chi ama la fantascienza, che ai seguaci del thriller.

giovedì 3 aprile 2014

Valerio Evangelisti - "Il Sole dell'Avvenire"

Autore: Valerio Evangelisti
Titolo: "Il Sole dell'Avvenire"
Edizione: Mondadori - Strade Blu
Anno: 2013

Valerio Evangelisti è considerato lo scrittore di fantascienza più importante d’Italia, soprattutto grazie al suo ciclo dell’Inquisitore Eymerich. Ma l’autore bolognese, nella sua carriera, non si è confrontato solo con la fantascienza o il fantastico in generale. Tra i suoi libri troviamo il western di “Antracite”, l’avventura del suo ciclo dei pirati, ma anche il vero e proprio romanzo storico. Storie che usano, quando serve, personaggi inventati, ma profondamente ancorate nella realtà, in grado di far appassionare il lettore alle vicende narrate e, al contempo, di mostrargli uno spaccato del passato, di mettere in luce dinamiche sociali e politiche che, in molti casi, hanno contribuito a creare il mondo in cui viviamo oggi.
Romanzi come “Noi Saremo Tutto” e “One Big Union”, sui sindacati negli Stati Uniti, o “Il Collare di Fuoco” e “Il Collare Spezzato”, sui rapporti tra il Messico e gli Stati Uniti, non sono solo opere di narrativa entrate nel cuore di migliaia di lettori, ma libri che andrebbero fatti leggere nelle scuole.
Da poco ce n’è un altro destinato a entrare nel gruppo.
“Il Sole dell’Avvenire”, ultimo nato e primo di una trilogia, lascia da parte le vicende d’oltreoceano e si concentra sui fatti di casa nostra. Protagonisti sono, infatti, i braccianti, i contadini e i mezzadri romagnoli alla fine del 1800. Un vero e proprio romanzo generazionale, protagonista una famiglia che attraverserà, purtroppo non indenne, quegli anni, permettendoci uno scorcio della vita a quel tempo e di farci rendere conto che, certe cose, sembrano non cambiare mai.
Fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza di Attilio Verardi, un uomo semplice, che si arrangia come può tra mille piccoli lavoretti occasionali o stagionali, ma con una incrollabile fede garibaldina. È innamorato di Rosa, ricambiato, ma osteggiato dalla famiglia di lei, mezzadri certamente non ricchi, ma che considerano coloro che si trovano sotto di loro nella scala sociale come dei disgraziati e degli scansafatiche, quasi fosse una loro scelta quella di vivere nella povertà.
Nonostante tutte queste differenze, i due riusciranno a sposarsi, ma non sarà che l’inizio di una serie, apparentemente infinita, di sciagure, di ingiustizie e di sofferenze, per loro e i loro famigliari.
“Il Sole dell’Avvenire” si differenzia rispetto ad alcuni libri del recente passato di Evangelisti anche per la scelta dei protagonisti. Nel ciclo dei pirati, ma anche in “Noi Saremo Tutto” o “One Big Union”, l’autore bolognese era stato costretto a scegliere dei protagonisti che fossero dei doppiogiochisti, dei traditori, delle spie. Personaggi, dunque, in cui era difficile immedesimarsi, ma ottimi per poter raccontare ciò che avveniva da entrambi i lati delle barricate. Per quanto la lettura procedesse spedita e le vicende fossero appassionanti, sembrava spesso mancare qualcosa, cioè una qualche forma di empatia nei confronti dei protagonisti, troppo viscidi od odiosi per poterla ispirare. Nel caso de “Il Sole dell’Avvenire”, invece, fin dalle prime pagine veniamo catturati dall’estrema umanità dei protagonisti, personaggi a tutto tondo, ma anche positivi, buoni, vessati da troppe sfortune per le loro fragili spalle e che sembrano dover crollare da un istante all’altro. Non si può non provare un immediato trasporto per Attilio, per Rosa, per il loro figlio Canzio, ma questo porta con sé un inconveniente di altro tipo.
Non ho, infatti, problemi ad ammettere di averci messo molto più del solito per completare la lettura di questo libro, rispetto ai miei standard. Il motivo è semplice: nonostante la bellezza del romanzo, delle ricostruzioni, dei personaggi (o forse proprio per quello), a volte mi era insopportabile l’idea di leggere di altre ingiustizie ai danni dei protagonisti, verso i quali provavo un trasporto non dissimile da persone vere.
Ma i meriti di questa opera di Valerio Evangelisti non si esauriscono nell’aver creato personaggi che entrano, letteralmente, nel cuore dei lettori, al contrario. Come sempre lo scrittore bolognese è attento alle dinamiche sociali e politiche del mondo contemporaneo. Nei suoi libri di fantascienza ci ha spesso mostrato elucubrazioni su ciò a cui avrebbero portato, estremizzate, certe scelte, certi movimenti attuali. L’allegoria, che era critica sociale e politica, tipica dei romanzieri sci-fi di maggiore spessore come Dick, Heinlein, Sturgeon, etc. Evangelisti la adatta anche ai romanzi d’avventura e storici. Per chiarirci il suo messaggio lui sceglie di usare anche il passato, come a volerci dimostrare che alcune cose non sono una novità, ma solo un riproporsi di ciò che era già avvenuto in passato e che per questo bisogna essere sempre ben vigili.
Proprio questo fa anche con “Il Sole dell’Avvenire”: i braccianti, sempre alla ricerca di un lavoro che, purtroppo, è solo stagionale o a scadenza, altro non sono che i precari di oggi. Lavoratori senza garanzie per il domani, che si adattano a fare un po’ quello che trovano, spesso disprezzati perfino da quei lavoratori che han qualche diritto in più, troppo miopi per accorgersi di non essere intoccabili e che, in realtà, si è tutti sulla stessa barca ed è solo questione di tempo prima di finire schiacciati anche loro. Una critica forte allo spezzettamento dei lavoratori, più interessati a difendere il proprio orticello che a fare fronte comune, come convinti che, se se ne stanno buoni e zitti in un angolo, forse se la prenderanno solo con gli altri. Ma Evangelisti non si ferma qui, perché sceglie così accuratamente il periodo storico in cui ambientare il libro, che spesso le pagine sembrano il quotidiano preso stamattina in edicola. La crisi, la mancanza di lavoro, il debito pubblico alle stelle, tutto uguale ieri come oggi. Così come uguali sembrano essere le riforme, sbagliate, messe in campo: tasse sempre più alte che vanno a colpire i ceti meno abbienti, i lavoratori, i dipendenti; maggiore precarizzazione per creare, ufficiosamente, più posti di lavoro; tagli delle tasse ai ricchi, con l’illusione che questo li spinga ad assumere di più. Il risultato, oggi come allora, è lo stesso: un progressivo allargamento della forbice tra poveri e ricchi, con i primi sempre più poveri e i secondi sempre più ricchi, un aumento esponenziale della disoccupazione, una crisi che non sembra avere fine o soluzione e un debito pubblico per nulla sotto controllo.
Quello che manca, oggi, è un movimento che cerchi di radunare e accogliere tutte queste anime così diverse, per fare fronte comune e proporre soluzioni diverse alla crisi. Nel libro grande importanza viene ricoperta dal neo-nato partito 
socialista che, in varie incarnazioni, a quel tempo muoveva i suoi primi passi e, per certi versi, cercava ancora una sua vera e propria identità, tra le spinte dei repubblicani da una parte e degli anarchici dall’altra. Oggi, e in realtà già allora, come ci racconta il libro, non abbiamo nulla di simile. Mille mila partiti, movimenti e rappresentanze, tutti che si muovono da soli, in una sterile guerra tra poveri, e non riescono ad avere una visione d’insieme. È indubbiamente anche questa una delle maggiori critiche presenti nel libro, oltre a quelle rivolte al sistema.
Per concludere “Il Sole dell’Avvenire” è uno dei libri più belli, toccanti ed istruttivi scritti da Valerio Evangelisti. Se siete suoi fan dovete leggerlo. Se non avete mai letto nulla di suo, cominciate pure da questo e vi innamorerete di questi personaggi e di questa storia. I due romanzi “Il Collare di Fuoco” e “Il Collare Spezzato” sappiamo che sono stati adottati, in Messico, come libri di testo per raccontare la storia del loro paese. Sarebbe bellissimo se simile destino avesse anche la trilogia de “Il Sole dell’Avvenire” in Italia. Forse, per una volta, gli studenti italiani si appassionerebbero alle letture scolastiche, soprattutto unirebbero l’utile al dilettevole imparando qualcosa d’importante sulla nostra storia e, perché no, imparerebbero anche un po’ di più a pensare con la loro testa.

martedì 18 marzo 2014

True Detective


HBO, si sa, è sinonimo di qualità. I titoli sfornati negli ultimi anni sono uno meglio dell’altro e hanno contribuito a spedire l’emittente americana direttamente nell’Olimpo delle reti preferite dai fan di serie-tv. I motivi son tanti e al contempo semplici: storie interessanti, scritte bene, recitate anche meglio, scenografie, costumi e regia paragonabili ai film di Hollywood, nessuna remora a mostrare nudi, sesso e violenza là dove ce n’è bisogno (e a volte anche dove non ce n’è).

True Detective - Stagione 1
Uno degli ultimi titoli nati è proprio True Detective. Una serie-tv antologica, nel senso che ogni stagione sarà dedicata a un caso diverso, con nuovi attori, nuovi personaggi, nuove ambientazioni. Non abbiamo problemi, quindi, a parlare di questo titolo senza aspettare le prossime stagioni, se ci saranno, perché tutto nasce e finisce qui.
La serie è prodotta, tra gli altri, anche da Matthew McConaughey e Woody Harrelson che interpretano, rispettivamente, Rust “Rusty” Cohle e Martin “Marty” Hart, la coppia di detective protagonista di questa stagione. Chiaro, dunque, l’interesse da parte dei due attori nei confronti del plot, tanto da esporsi in prima persona mettendoci i soldi.

Fin dalla prima puntata è subito chiaro perché McConaughey e Harrelson credessero tanto in questo titolo. La serie funziona alla grande: lo script riesce a incuriosire e a calamitare l’attenzione del telespettatore.
La storia si dipana su piani temporali differenti eppure paralleli. Diversi sono gli anni importanti in cui succedono le cose. Uno è il 2013, Cohle e Hart non sono più in polizia, sono stati convocati per porgli alcune domande su un loro vecchio caso risalente al 1995. L’ambientazione è la Lousiana, quindi non sorprende che ufficialmente i rapporti di quel caso siano andati distrutti a causa dell’uragano Katrina, perciò due nuovi detective vogliono porgli domande su ciò che c’era scritto in quei fascicoli.
Comincia, dunque, il racconto di quei fatti, e l’azione si sposta nel 1995 per mostrarci in diretta ciò che avviene. Un omicidio, apparentemente rituale, quale mai si era visto da quelle parti. Gli indizi sono tanti, ma sembrano non portare da nessuna parte.
Cohle e Hart, ai tempi, erano colleghi, anche se il loro rapporto appare un po’ singolare e, a tratti, burrascoso. Cohle è strano, chiuso in sé stesso, fa discorsi che Hart fatica a capire sul significato dell’esistenza o, meglio, il suo non significato. Hart, d’altra parte, è un personaggio più terra-terra, legato alla sua famiglia, innamorato di sua moglie e delle sue figlie, ma incapace di tener allacciati i pantaloni appena una ragazza si mostra interessata. Non potrebbe esserci una coppia più diversa e, forse proprio per questo, sullo schermo funziona. Naturalmente il merito è soprattutto di McConaughey e Harrelson, perfettamente calati nella parte. Se 
ce lo si poteva abbastanza aspettare per quanto riguarda Harrelson, dato che Hart è un personaggio nelle sue corde, tutto sommato piuttosto simile ad altri che ha già interpretato in passato, McConaughey è strabiliante e viene quasi spontaneo chiedersi dove abbia, di punto in bianco, imparato a recitare così, dopo che per anni è stato un attore decisamente monodimensionale (dopo aver visto la serie, però, non meraviglia assolutamente che abbia vinto l'Oscar come Miglior Attore Protagonista).
La coppia, in ogni caso, non funziona solo per il pubblico, ma funziona anche nel lavorare ai casi, con due atteggiamenti e modi di procedere diametralmente opposti, che fan sì che ciascuno osservi ogni cosa da punti di vista nuovi e per lui inusuali, portando poi a dei risultati concreti.
Ben presto, nonostante le pressioni politiche e religiose che premono sulle loro spalle, Cohle e Hart cominciano a trovare sempre più indizi riguardo a quella che sembrerebbe essere una sorta di culto o di setta legata al Re in Giallo. Alcuni simboli si ripetono, come la spirale, mentre alcuni nomi si fanno sempre più frequenti in bocca agli interrogati, come Carcosa.

A questo punto lo spettatore che sia anche lettore appassionato, non può non notare tutte le citazioni trasversali all’opera più famosa di Robert W. Chambers, l’antologia di racconti intitolata proprio “Il Re in Giallo”. Un libro che ispirò anche il più celebre Lovecraft nella creazione di molti dei suoi miti e, soprattutto, del più famoso pseudo-biblia di tutti i tempi: il Necronomicon. Perché anche nell’opera di Chambers, in realtà, Il Re in Giallo è il titolo di una rappresentazione teatrale, di un libello, fantastico, capace di portare alla follia chi ne entrasse in possesso e lo leggesse. Chambers ne riporta, in alcuni momenti, dei frammenti, stralci poetici, puntualmente citati e riportati alla lettere nella serie-tv.
Il mistero si infittisce e lo spettatore vede salire sempre più le proprie aspettative.
Il caso sembra giungere a una svolta con la morte di due sospetti. Forse è tutto finito, i colpevoli sono stati uccisi, giustizia è stata fatta. Eppure qualcosa non torna. Forse non son stati loro o, forse, non son stati solo loro. Forse, anzi, quasi certamente, c’è dietro qualcosa d’altro. Qualcun altro. Gente abbastanza potente e abbastanza in alto da aver messo a tacere le sparizioni di decine di donne e bambini nel corso degli anni per continuare le proprie pratiche indisturbati. Qualcuno che ha creato un vero e proprio culto attorno al Re in Giallo.
Attraverso i piani temporali, che a un certo punto si arricchiscono anche del 2002, l’indagine prosegue tra ostacoli, strade a fondo chiuso e nuovi indizi.

Nella seconda metà della stagione, lo spettatore più avvezzo alle serie-tv non può non notare qualche somiglianza con un altro titolo di qualche anno fa, di origine inglese. Mi riferisco alla miniserie in tre film “Red Riding” (di cui avevamo parlato qui).
I punti di contatto sembrano evidenti.
Una regione pesantemente intaccata dalla miseria, dalla povertà e dall’ignoranza. Un gruppo di persone potenti, in grado di fare tutto ciò che vogliono. Bambini scomparsi nell’arco di decine di anni, le cui sparizioni vengono passate sotto silenzio dalle autorità o per le quali vengono trovati capri espiatori di comodo.
Fin qui il plot sembrerebbe essere simile, ma non necessariamente debitore l’uno verso l’altro. Ciò che cambia tutto è l’inserimento di un personaggio: un travestito con informazioni importanti per Cohle, che gli rivela di esser stato presente a certi riti (molto simile al character interpretato da Robert Sheehan in “Red Riding”) e un video che viene ritrovato. In esso possiamo assistere proprio a un ritrovo del culto del Re in Giallo, a cui partecipano, con ogni probabilità, le importanti personalità di cui si diceva. Nessun modo per identificarli, però, perché indossano tutti una maschera, la maschera di un animale. Diverso per ognuno. Proprio come in “Red Riding” i membri del gruppo erano soliti chiamarsi tra loro con nomi di animali.
Il senso di dejà-vù è forte.
Eppure, fino a questo punto, la serie è scritta così bene che si è ben disposti a passarci sopra per andare avanti, per vedere dove si vuole andare a parare.

Purtroppo, però, il finale non appare all’altezza del resto della stagione e delle aspettative.
Nell’ultimo episodio vi è una svolta nelle indagini con un escamotage un po’ tirato per i capelli, ma che, tutto sommato, ci può anche stare. I nostri detective arrivano a colui che sembrerebbe poter essere l’esecutore materiale di molti degli omicidi, quantomeno una sorta di boia o tuttofare che sceglieva e rapiva i bambini per la setta. Nonché il custode di un luogo oscuro, sperduto tra le paludi, che arriviamo a identificare con la Carcosa di cui tanti testimoni avevano parlato.
Il confronto è brutale e i nostri protagonisti rischiano di lasciarci la pelle. Ma il cattivo viene ucciso e loro si salvano.
Fine.

Siamo persuasi che questa non fosse, come dicono in molti, una serie basata tanto sul plot, quanto sui personaggi. Ma un finale simile risulta alquanto indigesto. I protagonisti ritornano a mettere insieme la coppia (scoppiata nel 2002) dopo undici anni solo perché sono convinti che la setta che c’è dietro a quelle sparizioni e a quegli omicidi vada fermata. Una setta che, ormai ne sono certi, coinvolge persone altolocate. Tanto che prima di recarsi all’appuntamento col destino, fanno un gran numero di copie di tutte le prove che hanno, da spedire a giornali, polizia, FBI, tv locali e nazionali.
Eppure, dopo aver eliminato il mero esecutore e aver liquidato la faccenda della setta con una frettolosa frase pronunciata al tg “le autorità hanno messo a tacere le voci sul coinvolgimento di persone importanti”, per loro sembra che la vicenda sia finita. Sinceramente ci sembra un po’ poco. Non pretendevamo che Cohle e Hart riuscissero a scoperchiare tutto il marcio: il finale con i cattivi che rimangono impuniti ci può anche stare, nel momento in cui si vuole fare una serie che punti un po’ più al realismo. Quello che non torna è l’atteggiamento dei personaggi, che sembrano aver subito un vero e proprio lavaggio del cervello, tanto da dimenticare completamente tutto ciò per cui stavano combattendo, lasciandoselo dietro le spalle quasi non fosse più importante.
Un simile twist avrebbe avuto più senso se colui che avevano fatto fuori si fosse rivelato, in qualche modo, una figura di spicco della setta. Una sorta di santone, magari una specie di oracolo a cui tante persone potenti si rivolgevano, nonostante fosse, per usare le loro stesse parole, “un bifolco”. Difficile, infatti, credere che potesse avere un ascendente di tipo intellettuale o carismatico, da qui l’idea che, invece, magari l’essere portato per delle crisi epilettiche, potesse essere da loro interpretato come qualcosa di metafisico.
Purtroppo non vi sono tracce di alcuna sottotrama di questo tipo.

E se pure si tratta di una serie che punta l’attenzione sui personaggi, sulla loro evoluzione, sul rapporto che vi è tra loro, in cui la trama generale, l’indagine, passa in secondo piano, al punto da poter perfino esser messa da parte a un certo punto, il finale risulta ugualmente deludente. È deludente proprio perché la trama generale rimane aperta, il caso non è davvero chiuso, tutt’altro, quindi i personaggi non possono comportarsi come se lo fosse e, finalmente, andare avanti con la loro vita. L’ossessione di Cohle per questi omicidi è ancora lì, perché gli assassini sono ancora là fuori, eppure gli sceneggiatori, nelle ultime immagini, ci mostrano un Rusty finalmente in pace con sé stesso e con i suoi demoni interiori. Un uomo che, convinto di aver fatto giustizia, finalmente riesce a guardare avanti, a ciò che resta della sua vita, invece che continuamente indietro.
Il finale, dunque, risulta essere alquanto incoerente con il resto della serie e perfino nei confronti dei personaggi, fino a quel momento gestiti benissimo. L’impressione è che sia un po’ scappata di mano agli sceneggiatori la gestione dei tempi, di cosa mostrare poco per volta e si sia dovuti giungere frettolosamente a una conclusione con l’ultima puntata. Forse, con un altro paio di episodi ancora a disposizione, più tempo e spazio per gestire tutte le sottotrame, ora staremmo parlando di un capolavoro a tutto tondo.
Così, invece, rimane una serie di qualità superiore, ottimamente gestita fino all’ultima puntata, ma con un finale decisamente non all’altezza.

giovedì 6 marzo 2014

Grant Morrison & Dave McKean - "Batman: Arkham Asylum - Absolute Edition"

Titolo: “Batman: Arkham Asylum – Absolute Edition”
Autore: Grant Morrison e Dave McKean
Edizione: RW Lion
Anno: 2012

Grant Morrison è considerato uno degli autori di fumetti più brillanti degli ultimi anni, salito alla ribalta del mondo dei comics grazie alle sue pregevolissime run di alcuni dei maggiori personaggi della DC, nonché la sua interpretazione di Animal Man e diverse testate originali come “The Invisibles”.
Prima, però, che diventasse una sorta di superstar del fumetto supereroistico, era un autore inglese quasi anonimo. La svolta nella sua carriera è arrivata proprio grazie ad “Arkham Asylum”, una storia che presentava il personaggio di Batman in maniera del tutto innovativa e che, a distanza di anni, riesce a conservare tutte le proprie qualità.
Ai tempi, ovviamente, Morrison non sapeva ancora che questa storia gli avrebbe aperto le porte del gotha del fumetto americano. Per lui era un trampolino di lancio che andava sfruttato al mille per cento per ottenere quanta più spinta possibile per arrivare in alto. Così fece, andando a confezionare una vicenda e una sceneggiatura così complessa e infarcita di simbolismi, metafore, rimandi incrociati, da essere considerata un capolavoro ancora oggi.
Non meraviglia, quindi, che “Arkham Asylum” abbia avuto un successo esagerato e che Morrison sia stato immediatamente portato in palmo di mano attraverso l’Atlantico. Semmai meraviglia che un’opera così complessa, così stratificata e piena di livelli di lettura diversi, abbia fatto così tanta presa anche sulla massa, sul pubblico mainstream. Certamente i disegni di McKean (per quanto il termine “disegni” sia estremamente limitante nel caso dell’artista inglese) hanno aiutato, ammantando tutta l’opera di ulteriore pregio, anche visivo, rendendola in grado di spiccare in maniera nettissima tra la massa.
Eppure rimane il sospetto che i lettori americani che ebbero il privilegio di leggere per primi queste pagine, non abbiano percepito e compreso appieno la profondità di quest’opera. Il motivo è semplice: quei primi albi sequenziali presentavano solo ed esclusivamente i disegni, le tavole, i dialoghi della storia, senza alcun aiuto esterno, nessun redazionale che spiegasse, che svelasse tutti i meccanismi e i segreti celati in ogni pagina.
Più che il grande formato, capace di rendere al meglio l’opera di McKean, ciò che rende preziosa un’edizione come questa è ciò che viene dopo il fumetto vero e proprio. La sceneggiatura originale di Morrison, con tutti i suoi appunti, i suoi commenti, i suoi suggerimenti. Con tutti gli incisi in cui spiega esattamente cosa vuole comunicare e perché, cosa significa ogni singolo oggetto sparso tra le pagine, quale il suo valore metafisico, quale il rimando alle carte dei tarocchi o a qualche teoria filosofica o psicologica.
E se già i testi originali di Morrison non bastassero, ecco dei commenti posticci, in cui l’autore stesso disamina e illustra più approfonditamente ciò che lo ha portato a prendere certe decisioni e a inserire certe scene. Insomma, un vero e proprio tuffo in “Arkham Asylum”: fino in fondo, fino a toccarne la vera essenza illuminandone ogni più angusto e recondito particolare, per poterne riemergere meravigliati e ammirati.
Se volete leggere un’opera del tutto fuori dal coro sull’uomo pipistrello, questo è pane per i vostri denti. E se volete leggere “Arkham Asylum”, la cosa migliore è proprio farlo avendo tra le mani un’edizione come questa, che possa permettere di apprezzare il fumetto al meglio e in tutto e per tutto.

martedì 18 febbraio 2014

Art Spiegelman - "MAUS"

Autore: Art Spiegelman
Titolo: “MAUS”
Edizione: Einaudi – Stile Libero
Anno: 2010

“MAUS” di Art Spiegelman è un’opera che ingenera sentimenti contrapposti nel lettore. Mentre lo si ha tra le mani, infatti, non si riesce a trattenersi dal chiedersi: “perché non l’ho letto prima?”, ma al contempo ci si sente fortunati per le emozioni che suscita poterlo leggere per la prima volta. Questo succede perché “MAUS” è un’opera potente, che scava nel cuore delle persone suscitando sensazioni e sentimenti forti con cui, in certi momenti, è difficile scendere a patti.
L’opera sembra partire in sordina, con l’escamotage meta-letterario di farci vedere l’autore stesso mentre comincia a pensare di scrivere e disegnare questo libro. Ci mostra la semplicità dei rapporti umani, in particolare quelli tra Art Spiegelman e suo padre Vladek, e il tema centrale dell’olocausto appare secondario, quasi solo un argomento di conversazione tra i due. Poi, poco a poco, però, i racconti di Vladek assumono maggiore spazio ed è proprio su questo equilibrio tra presente e passato che si regge tutto il libro. Sarebbe, forse, stato semplice per l’autore creare una contrapposizione, una dicotomia, tra questi due periodi storici, contraddistinguendoli anche per il tono della narrazione, l’uno più serio e drammatico, l’altro più leggero e brioso. Una scelta che avrebbe potuto dare una sorta di tregua al lettore che, altrimenti, avrebbe rischiato di rimanere schiacciato dalle emozioni. Invece ciò che troviamo è un ritmo narrativo più complesso, con difficoltà sia nel presente che nel passato, ma, allo stesso modo, momenti più rilassati, quasi divertenti, sia in un periodo che nell’altro.
Ciò che colpisce, soprattutto, è la spietatezza dell’autore. Spiegelman non fa sconti a nessuno. “MAUS” non è un’opera buonista, non è neanche un’opera di parte. Non soffre del complesso per cui, se si parla dell’olocausto, allora tutti gli ebrei debbono essere automaticamente buoni, generosi, vittime innocenti di un orrore più grande di loro. “MAUS” non scade mai nell’apologia di un popolo o nel tentativo di addolcire la pillola, ma si limita ad essere cronaca fedele, fredda e brutale, di una serie di fatti. Così sono frequenti i casi di violenza, di soprusi, compiuti da ebrei verso altri ebrei, semplicemente perché si tratta di una vera e propria guerra per la sopravvivenza, in cui spesso vince solo il più spietato. Leggendo viene normale provare sentimenti di odio verso coloro che compiono truffe ai danni di loro pari o coloro che, nei campi di concentramento, sono perfino più cattivi degli stessi soldati tedeschi. Sono disperati tentativi di sopravvivere, il disgraziato che se la prende e si approfitta di chi è più disgraziato di lui. Lo stesso protagonista di tutto il racconto, Vladek, in più occasioni si ritrova a venir preso per la gola in alcuni scambi per poi, altre volte, comportarsi lui stesso come uno strozzino. Nel finale, addirittura, dimostra di essere razzista nei confronti delle persone di colore, come se tutto ciò che ha passato non gli abbia insegnato nulla, visto che considera i “neri” dei diversi, non degli esseri umani uguali a lui.
Spiegelman, in tutto questo, non dà un giudizio morale. Non punta il dito verso coloro che, invece di dividere il poco che avevano con tutti, per cercare di tirare avanti tutti insieme, se lo sono tenuto per sé, nel tentativo di garantire la salvezza almeno personale e dei propri cari. Si limita a raccontare come uno dei più grandi orrori che la storia umana ricordi sia in grado di cambiare le persone. Di primo acchito viene normale considerare dei mostri coloro che vediamo comportarsi male (secondo un sistema di valori che non ha dovuto fare i conti con la situazione in cui si sono trovate a vivere quelle persone), ma, riflettendoci attentamente, la nostra condanna dovrebbe andare verso coloro che hanno fatto sì che quelle persone fossero costrette ad agire in quel modo.
Quando si gira l’ultima pagina di questo libro si sente che ha lasciato un segno dentro di noi. Si rimane un po’ smarriti, come se non si riconoscesse più il mondo che ci circonda. Quasi si vorrebbe continuare la lettura, per quanto dolorosa fosse, per quanto lasciasse nel nostro cuore un segno come un marchio a fuoco. Un segno che fa male, profondo e che brucia, ma un segno che sentiamo può aiutarci a crescere, a migliorare, a diventare persone migliori.

venerdì 7 febbraio 2014

Andre Agassi - "Open"

Autore: Andre Agassi
Titolo: "Open"
Edizione: Einaudi Stile Libero
Anno: 2011

Devo ammettere di non essere un grande fan delle biografie e delle autobiografie. Soprattutto non sono un grande fan di quelle dedicate agli sportivi, nonostante nell’ultimo periodo sembrino spopolare.
È, dunque, con più di qualche dubbio e pregiudizio che ho preso in mano “Open” di Andre Agassi, nonostante i tanti bei commenti che ho letto in giro (anche da parte di amici) e nonostante sapessi che il ghost-writer dietro a questo libro fosse tutt’altro che uno sprovveduto, avendo vinto il premio Pulitzer.
Ma cosa era a preoccuparmi?
Principalmente di trovarmi di fronte a una noiosa e sterile cronistoria delle fasi salienti della vita e della carriera dell’ennesimo uomo di sport.
Non potevo sbagliarmi di più.
Il merito, probabilmente, non è solo di J. R. Moehringer ma anche, e soprattutto, del protagonista del libro: Agassi, infatti, non è un uomo di sport come tanti altri.
Dopo averlo terminato non mi son dunque sorpreso che avesse avuto il successo che ha avuto, che sia diventato un piccolo fenomeno editoriale, sia in Italia che all’estero. Gli elementi che fanno funzionare un libro ci sono tutti e sono gli stessi dei grandi best-sellers di narrativa, solo che questa volta sono veri.
Il protagonista, fin da piccolo, è un prescelto. Un prescelto dal padre, che ha deciso dovrà diventare, che lo voglia o no, il tennista numero uno al mondo. Dunque via con gli allenamenti fin dalla più tenera età. Ore e ore a palleggiare contro un mostro meccanico spara-palle soprannominato “il drago”. Niente scuola, è solo tempo perso e rubato agli allenamenti. E poi partite, partite e partite. Contro ragazzini della stessa età, più grandi e perfino adulti, contro avversari sempre più bravi, per poter migliorare.
Un prescelto, dunque, come nella migliore tradizione della narrativa fantasy, ma un prescelto ancora acerbo, che, in realtà, ancora non sa neanche chi è. Con tanti dubbi, domande e paure. Una sola certezza: l’odio per il tennis.
“Open”, dunque, diviene non solo la narrazione degli eventi e dei match della vita di Agassi, diviene un romanzo di formazione, di crescita. La crescita del protagonista, certamente, con la sua ricerca di sé stesso attraverso mille e più tentativi (di pettinatura, estetici, ma anche matrimoniali), il più delle volte andati a vuoto. Ma è leggendo quelle pagine, imparando ad apprezzare la persona dietro lo sportivo, con le sue fragilità, le sue incongruenze (può, colui che aveva le convulsioni all’idea di andare a scuola, diventare il filantropo che sogna di inondare di scuole tutta l’america?), che anche il lettore cresce e, forse, impara anche qualcosa su di sé.
Pur apparendo il classico “libro del momento” (quindi destinato a sparire appena cambia la moda), pur sembrando l’ennesima biografia di uno sportivo con il solo scopo di rubare spazio sulla mensola della libreria, “Open” è tutt’altro. È un libro che merita certamente una lettura: primo perché è scritto veramente bene (a questo riguardo non fidatevi di me, fidatevi del curriculum vitae del signor Moehringer che l’ha scritto), secondo perché riesce a lasciare qualcosa.
Oggigiorno sembra diventato raro trovare romanzi o volumi in grado di farlo. Anche tra i cosiddetti mattoni, quei libri pesantissimi che promettono di avere le risposte alle domande dell’esistenza, alla vita, l’universo e tutto quanto, è raro riuscire a trovarne uno che sia in grado di lasciare davvero il segno. Perfino tra quelle storie tragicissime che dovrebbero insegnare qualcosa al lettore. Il più delle volte il segno finiscono per lasciarlo solo nel portafogli e sul calendario, per il tanto tempo speso (o sprecato) per riuscire ad arrivarci faticosamente in fondo.
“Open”, invece, lascia il segno, e potreste anche trovare molto divertente il modo in cui lo fa.

mercoledì 22 gennaio 2014

Jonathan Carroll - "The Ghost in Love"

Autore: Jonathan Carroll
Titolo: "The Ghost in Love - Il Fantasma che si Innamorò"
Edizione: La Corte Editore
Anno: 2013

Carroll è uno scrittore straordinario. Apprezzato, amato, adorato in mezzo mondo. Negli Stati Uniti le prime edizioni di molti dei suoi libri sono vendute a peso d'oro.
In Italia?
Purtroppo, in Italia a momenti neanche ci accorgiamo della sua esistenza. I diritti dei suoi libri sono passati, fin'ora, attraverso almeno 4 case editrici diverse, senza trovare mai stabilità e continuità. Spesso, inoltre, non son mai stati ristampati o non hanno goduto di nuove edizioni; alcuni titoli, quindi, risultano pressoché introvabili. Le stesse case editrici che si son susseguite fin qui han spesso pescato un po' a caso, pubblicando solo alcuni volumi (mai in ordine cronologico) di certi cicli e lasciando diversi buchi qui e là nella sua bibliografia (emblematico il caso del "Sestetto delle Preghiere Esaudite", di cui son stati editati in italiano, nell'ordine: il terzo, il sesto, il primo e infine il quinto, dimenticando per strada il secondo e il quarto).
Insomma, non solo i lettori italiani non sembrano tenerlo in grande considerazione, ma neanche le case editrici l'hanno certo trattato con i guanti bianchi.
Ultimi, in ordine di tempo, ad accostarsi a Carroll, son quelli de La Corte Editore. Il primo nato sotto l'egida di questa casa editrice è proprio questo "The Ghost in Love", attualmente l'ultimo romanzo di Carroll (anche se risalente, ormai, al 2008 e da noi giunto a 5 anni di distanza).
Come spesso accade nei libri dello scrittore trapiantato a Vienna, i titoli son parzialmente fuorvianti. Protagonista di questo romanzo non è un fantasma innamorato, per quanto sia uno dei personaggi principali, né si tratta di una storia d'amore. E', invece, la storia di Ben Gould e di come sia morto, ma non sia morto. No, non avete letto male, effettivamente Ben avrebbe dovuto morire, in un certo modo e in un certo momento, almeno stando alla burocrazia ultraterrena che gestisce tutto quanto. Eppure non è morto... e questo è l'inizio di tutto.
Non proseguo troppo nel riassumere la storia perché, come tutte le trame di Carroll, è piena di colpi di scena e merita di essere scoperta da soli.
Mi soffermo, invece, sui contenuti del libro. Quello che appare come un "normale" romanzo fantastico, che potremmo quasi inquadrare nell'ambito del fantasy metropolitano, in realtà è molto di più. Proprio in questo sta la bravura di Carroll: nel riuscire a creare sempre intrecci, vicende, situazioni, capaci di calamitare l'attenzione del lettore, quasi fosse un avvincente blockbuster, ma con una profondità non comune.
Tutto il libro, infatti, ruota attorno a un concetto principale, quello del sé. L'accettazione di sé stessi, il fatto di cambiare quando si cresce, cosa si diventa e cosa ci si lascia alle spalle. Il modo in cui Carroll riesce a farci riflettere su questi punti è estremamente originale e, nonostante in diversi momenti del libro torni su temi apparentemente già affrontati e sviscerati, lo fa in maniera sempre nuova, andando ad aggiungere nuovi tasselli a un affresco sempre più grande e complesso.
Una volta terminata la lettura, volenti o nolenti, ci si ritrova arricchiti e accresciuti. Una lettura consigliata, perché speciale (come spesso sono i libri di Carroll) e perché non può lasciare indifferenti. Romanzi come questo non sono tanti, per questo è un delitto lasciarseli sfuggire. Inoltre, nonostante sia profondo e complesso, si legge tutto d'un fiato, come una avventura che ti lascia senza fiato e ti costringe a girare una pagina dopo l'altra di corsa.
Quindi, che si può volere di più?  

mercoledì 25 dicembre 2013

Neil Gaiman - "Sandman Omnibus Vol. 7 - Morte"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Sandman Omnibus Vol. 7 - Morte"
Edizione: RW Lion
Anno: 2013

Con il ciclo di storie intitolato "The Wake" (in italiano "La Veglia", ma in inglese si presta a più interpretazioni), contenuto in questo settimo volume, si conclude la serie regolare di Sandman. Si tratta di una cavalcata lunga ben 75 numeri, ma capace di regalare momenti e storie quali nessun fumetto prima (e forse neanche dopo).
Difficile riuscire ad esprimere le emozioni che suscitano le ultime pagine, anche grazie al suo rivolgersi direttamente al lettore. Quel misto di malinconia e perdita, ma anche il fortissimo sentimento di nostalgia che già si prova quando ancora non si è del tutto detto addio ai personaggi.
Come già nei volumi precedenti, una parte fondamentale la svolgono le pagine di approfondimento. In particolare la bellissima intervista in cui Gaiman disvela, analizza, spiega i dietro le quinte di quest'ultimo ciclo di storie. I personaggi, le situazioni, i simboli vengono approfonditi. I riferimenti incrociati resi palesi anche a chi, non anglosassone, può non averli colti tutti o nella loro interezza.
Se già il fumetto, in sé e per sé, a una prima e più superficiale lettura, era stato capace di affascinare e commuovere, dopo la chiacchierata con Neil diviene (ancor più) capace di stupire e meravigliare.
Gaiman ripete più volte come, all'inizio della sua avventura con Sandman, tutto fosse più semplice. Tutto era facile, perché inventare cose nuove era una cosa automatica, ma dopo la metà era diventato sempre più difficile non ripetersi. I tempi di scrittura si allungavano e tutto diventava più macchinoso e meno naturale. Bisogna dire che leggendo "Le Eumenidi" e "La Veglia", però, non sembra assolutamente. Al contrario l'impressione è che sia proprio verso la fine che l'autore abbia toccato l'apice e abbia chiuso la serie proprio nel suo momento più alto.
Conclusione migliore credo non potesse esserci.
Sandman è a buon diritto annoverato come un capolavoro a tutto tondo. Una di quelle opere capaci di emanciparsi dal media sul quale e per il quale era stata pensata e realizzata per elevarsi a pura letteratura di altissimo livello. Una lettura consigliata e, perché no, obbligatoria, per tutti coloro che vogliano farsi una idea di cosa può essere e può dare un "fumetto". Ma anche un vero e proprio masterpiece della letteratura degli ultimi decenni, al di là di ogni barriera e convenzione.

martedì 5 novembre 2013

Ursula K. LeGuin - "La Leggenda di Earthsea"

Autore: Ursula K. LeGuin
Titolo: "La Leggenda di Earthsea"
Edizione: Narrativa Nord
Anno: 2007

Il ciclo di Earthsea è considerato uno dei grandi capisaldi della letteratura fantasy di ogni tempo. L'autrice stessa, Ursula K. LeGuin, è un vero e proprio nome sacro per la letteratura fantastica, dal fantasy alla fantascienza, essendo riuscita a lasciare il segno in ogni genere in cui si sia cimentata.
Eppure, quando si inizia "Il Mago di Earthsea", primo libro del ciclo, la sensazione è che ci sia qualcosa che non va, che qualcuno si sia sbagliato, che non sia possibile che questa saga sia divenuta così famosa, che sia da tutti considerata un capolavoro. Al di là della lunghezza di ogni capitolo (tutti piuttosto corti, sotto alle duecento pagine l'uno), infatti, è proprio lo stile con cui le vicende di Sparviero (o Ged, a seconda che siate o meno suoi amici) sono narrate a lasciare un po' perplessi. I fatti si susseguono a un ritmo addirittura rutilante, non si ha quasi il tempo di fare la conoscenza di un personaggio, che questo è già parte del passato. Spesso, addirittura, si ha l'impressione che alcune cose vengano lasciate in sospeso, o quantomeno non vengano sufficientemente approfondite, come se l'autrice avesse fretta di raccontare tutto. Come se lo spazio fosse limitato, il tempo ristretto e bisognasse fare di necessità virtù nel far star più cose possibili nel romanzo.
Il risultato è un libro che scorre fin troppo, con tanti avvenimenti, ma, apparentemente, poco spessore.
Si tratta, però, di una sensazione fallace, destinata a cambiare poco a poco che si prosegue nella lettura dei volumi successivi della saga, ciascuno capace di aggiungere uno o più tasselli a un unico grande affresco. Bisogna, però, attendere solo l'ultimo libro, "I Venti di Earthsea", per riuscire ad apprezzare il disegno di questo mondo nella sua interezza.
Sia "Le Tombe di Atuan" che "La Spiaggia Più Lontana", infatti, sembrano romanzi quasi del tutto slegati da quelli che li hanno preceduti. Distanti anni come ambientazione e con situazioni che appaiono a sé stanti, presentano solo qualche lieve accenno agli avvenimenti già trascorsi e non sembrano risentirne più di tanto. Solo "L'Isola del Drago" sembra fin da subito legato a "La Spiaggia Più Lontana", quasi ne fosse un diretto seguito, anche se in realtà prende ben presto una sua strada indipendente, focalizzando inoltre l'attenzione su nuovi personaggi come protagonisti.
Benché l'approfondimento, pressoché assente nel primo, arrivi nei libri successivi, si continua a non avere del tutto la percezione di cosa renda questi libri un tale capolavoro. I difetti, qui e là, infatti, non sembrano mancare: l'approfondimento dei personaggi e della loro psicologia, infatti, a volte è perfino eccessiva, con lunghi soliloqui o interi capitoli quasi didascalici, al limite del noioso. L'unico che sembra presentare un buon equilibrio tra ritmo degli avvenimenti e costruzione dei personaggi è il quarto "L'Isola del Drago", gli altri soffrono di una eccessiva preponderanza dell'uno o dell'altro aspetto.
Certo, gli elementi di originalità non mancano, soprattutto se si pensa a quando i romanzi son stati scritti: la prevalenza delle acque, il fatto che la stragrande maggioranza dei personaggi siano di pelle nera o quantomeno molto scura (anche se tutte le traduzioni cinematografiche e televisive sembrano dimenticarlo o ignorarlo), i passaggi sul ruolo e la dignità della donna in "L'Isola del Drago", gli accenni neanche troppo velati all'omosessualità in "L'Isola Più Lontana", tutta la filosofia e i concetti su cui si basa la magia di quel mondo, etc. Tutto questo, però, inizialmente non sembra calato in un contesto che possa del tutto giustificare l'appellativo di capolavoro, quasi fossero buone idee slegate tra loro.
Tutto questo cambia nel momento in cui si va a leggere il romanzo conclusivo del ciclo: "I Venti di Earthsea". Non solo ci si rende conto che ogni libro precedente serviva solo a portarti un passo più vicino alla conclusione, quindi non si trattava di vicende scollegate tra loro. Non solo ci si rende conto che l'affresco realizzato dalla LeGuin è molto più complesso di come apparisse inizialmente, questo grazie ai rimandi incrociati, e inizialmente impossibili da cogliere, tra i capitoli della saga. Ma è come se, improvvisamente, tutti i pezzi di un puzzle, che componevano solo un caos inestricabile, in cui si potevano ravvedere solo alcuni, sparuti, assembramenti coerenti al loro interno, prendessero il proprio posto dipingendo un'unico schema, presente fin dall'inizio.
In questo, oltre che nel messaggio vero e proprio che traspare una volta colto schema di fondo e, in particolare, la filosofia del mondo di Earthsea, consiste la vera grandiosità di questa saga. Un ciclo che più che giustamente ricopre un ruolo fondamentale nella storia della letteratura fantasy e che non posso che consigliare a tutti gli appassionati di questo genere. Il mio unico avviso è di non fermarsi al primo o al secondo libro, qual'ora se ne rimanesse un po' delusi, ma di continuare fino in fondo. Solo così si può apprezzare compiutamente quest'opera, evidentemente nata fin da subito come un unicum, con tutti livelli, i messaggi e i passaggi (anche complicati) che contiene.

giovedì 17 ottobre 2013

Neil Gaiman - "Il Figlio del Cimitero"

Autore: Neil Gaiman
Titolo: "Il Figlio del Cimitero"
Edizione: Mondadori - Oscar
Anno: 2010

"Il Figlio del Cimitero" nasce come ampliamento di un racconto che Gaiman aveva già scritto e inserito nell'antologia "Il Cimitero senza Lapidi". Lo stesso Neil aveva presentato, durante una conferenza, la vicenda come una sorta di sua versione de "Il Libro della Giungla". Nell'opera di Kipling un neonato viene trovato dai lupi, adottato e allevato, impara dunque a vivere come gli animali e a fare le cose che fanno loro. Ma se un neonato venisse trovato dai morti, cosa succederebbe? La risposta di Gaiman è piuttosto semplice: "ovviamente imparerebbe a fare le cose che fanno i morti".
Un simile presupposto è, dunque, piuttosto curioso e interessante, sufficientemente folle per attirare la curiosità. Se a questo aggiungiamo la fama dell'autore, il gioco è fatto e la lettura diviene obbligata.
Il primo capitolo ci catapulta direttamente in medias res, con un bambino piccolo che sfugge, più per caso che altro, al massacro della sua famiglia. In realtà alcuni accenni ci fanno capire che era proprio lui il bersaglio del killer, ma la fortuna vuole che le sue piccole gambine lo portito fino al cimitero. Lì viene salvato e adottato da alcuni fantasmi, che gli danno nome Nobody Owens, per gli amici Bod.
La scrittura di Gaiman intriga fin da subito, con quel suo modo di raccontare con piccoli accenni e dettagli al limite del macabro, che fan capire senza esplicitare. Subito capiamo che vi è dietro qualcosa di grosso, ma il mistero, ovviamente, sarà svelato solo alla fine.
Nel frattempo la narrazione prosegue con capitoli che appaiono slegati l'uno dall'altro. L'autore vuole darci una panoramica della vita e della crescita di Bod, così ogni fase, ogni età, è contraddistinta da una vicenda, un racconto, apparentemente slegato dal resto.
Apparentemente, dicevamo, perchè, in realtà, alla fine molti fili lasciati in giro per il libro verranno tirati per condurre alla conclusione e allo svelamento del mistero che aleggia sulla testa del protagonista. Purtroppo, mentre si legge, la sensazione di essere di fronte a racconti staccati tra loro è molto forte. Contribuisce a questo anche Bod stesso che, col passare degli anni, cambia, come cambierebbe qualsiasi bambino mentre cresce. Proprio la bravura di Gaiman nel caratterizzare il personaggio è anche un po' il tallone d'Achille del romanzo, che risulta piuttosto slegato e lascia trasparire una sensazione di discontinuità.
Il finale, come si diceva, tira le somme e ci mostra come tutte le vicende fossero collegate e funzionali. A livello logico, quindi, si riesce ad apprezzare il lavoro di Gaiman nel suo complesso. A livello emotivo, invece, resta una punta di amarezza che non viene del tutto spazzata via.
Forse, la colpa, è anche della chiusura del libro. Le ultime pagine, infatti, sono di speranza e di apertura alla vita e al mondo, ma anche molto tristi. Ogni scelta porta con sé delle rinunce e per ogni porta nuova che si apre di fronte a noi, se ne deve chiudere una dietro.
Probabilmente con un finale meno educativo (perchè, in fondo, questo vuole: insegnarci qualcosa) e più consolatorio, "Il Figlio del Cimitero" sarebbe stato più apprezzabile anche di pancia, ma di certo avrebbe anche perso qualcosa.    

giovedì 26 settembre 2013

Arthur C. Clarke - "Incontro con Rama"

Autore: Arthur C. Clarke
Titolo: "Incontro con Rama"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione n° 112
Anno: 2012

Leggendo "Incontro con Rama" è facile capire per quale motivo sia stato considerato, quasi fin da subito, come uno dei capolavori della fantascienza. Quantomeno di quella fantascienza che va sotto il nome di "Hard Science-Fiction".
Clark, infatti, non si impegna, con questo romanzo, a raccontare una storia. Non abbiamo una struttura che possa essere del tutto inscatolata nel classico progredire di inizio-svolgimento-fine. Quello a cui assistiamo è, semmai, uno spaccato di vita. Una sequenza di eventi in un determinato periodo di tempo. Eccezionali, avventurosi anche, ma apparentemente limitati a quel frangente che andiamo ad osservare.
Il motivo di questa precisazione è semplice ed è da ricercare in ciò che il lettore, di solito, si aspetta da un libro. Chi si aspettasse una qualche saga, con tanto di protagonisti prescelti per un qualche motivo o un finale che spiegasse, facesse rivelazioni o si svelasse in un colpo di scena, andrebbe del tutto deluso. Non è questo, infatti, l'obiettivo che Clark si è posto con "Incontro con Rama" e questo deve essere ben chiaro prima di prendere il mano il romanzo.
Ciò che l'autore voleva fare, e ci è riuscito benissimo, era raccontare nel modo più dettagliato e realistico possibile quello che sarebbe potuto essere l'incontro con un manufatto di origine aliena. I protagonisti, quindi, non sono eroi o prescelti, ma professionisti, persone normali, scelti solo perchè, per puro caso, son i più vicini all'oggetto da osservare. E tutto il libro è, sostanzialmente, l'osservazione, la descrizione, di ciò che nessun essere umano aveva mai visto prima, con tutto il suo bagaglio di paure e meraviglie. Ma è anche, soprattutto, una ricostruzione minuziosa delle forze, delle situazioni, delle architetture, dei materiali e delle reazioni che avvengono nello spazio e all'interno di Rama, svolta in maniera assolutamente plausibile. La narrazione, inoltre, non risente minimamente di questo sforzo, perchè risulta sempre scorrevole e a tratti addirittura incalzante nel suo raccontare le avventure, invenzioni e disavventure del gruppo di astronauti.
Proprio in questo sta la grandezza di "Incontro con Rama" e, da un certo punto di vista, anche il suo limite.
Se, infatti, Clarke centra perfettamente il suo obiettivo di scrivere un romanzo ambientato nello spazio rispettando appieno, e spiegando in maniera semplice e appassionante, la fisica di ogni situazione (risultando tanto perfetto da, pare, ispirare il programma di osservazione dello spazio proprio con questo libro), dall'altra parte manca un elemento che ha fatto grande la fantascienza. Da sempre la SF è stata spesso usata come allegoria del presente, come metafora per raccontare qualcosa del momento in cui il racconto o il romanzo veniva scritto. Il più delle volte era un mezzo per lanciare un messaggio, per mostrare le cose da un altro punto di vista o per muovere una critica. In "Incontro con Rama" tutto ciò è assente: l'indagine di questo mondo alieno è fine a sé stessa e non porta con sé neanche spiegazioni o rivelazioni, proprio perchè essendo alieno si affida a logiche e motivazioni lontane da noi e l'uomo non può sperare di poterlo comprendere appieno.
Questo libro di Clark, dunque, risulta pressochè perfetto sotto il profilo tecnico e narrativo, perchè colpisce in pieno gli obbiettivi che lo scrittore si era prefissato. Una vera e propria pietra miliare e una lettura obbligata nell'ambito dell'hard science-fiction, con cui tutti gli autori che volessero cimentarsi in questo genere devono confrontarsi ancora oggi. Ciò che gli manca è solo un po' di analisi sociale, di approfondimento dell'animo umano, che avrebbero potuto renderlo un capolavoro assoluto della fantascienza, al di là delle categorie e dei sottogeneri.