Autore: Arthur C. Clarke
Titolo: "L'Ultimo Teorema"
Edizione: Mondadori - Urania
Anno: 2012
2+2=4.
Lo sappiamo tutti.
Quando agli addendi, però, si sostituiscono i nomi di autori, scrittori, creativi, soprattutto se di grande ingegno, spesso il risultato è superiore alla somma delle parti. A maggior ragione ci si aspetterebbe un grandioso risultato, se a essere coinvolti sono due mostri sacri della fantascienza come Arthur Clarke e Frederik Pohl. Entrambi non hanno certo bisogno di presentazioni e possono a più che buon diritto essere annoverati tra quegli scrittori che hanno fatto la storia (e la fortuna) di questo genere letterario.
Eppure, il risultato della loro somma è stato 3.
"L'Ultimo Teorema" era giustamente atteso dagli appassionati come un appuntamento da non mancare, da non lasciarsi sfuggire. Innanzitutto perché si trattava della prima collaborazione tra questi due grandissimi autori, secondariamente a causa della scomparsa di Clarke e del fatto che questo è stato l'ultimo libro a cui aveva lavorato.
Purtroppo le speranze sono andate ampiamente deluse.
Il romanzo è sicuramente scritto bene e riesce anche a incuriosire e a coinvolgere per lunghi tratti, ma non succede sostanzialmente nulla. Il fatto che la vicenda non presenti un vero e proprio sviluppo inizio-svolgimento-fine, ma sia solo uno spaccato della vita dei protagonisti, non è di per sé un male, sono vari gli esempi (in letteratura, fumetti, cinema) di opere meritevoli che ruotano attorno allo slice-of-life. Il vero problema è che il libro è infarcito di situazioni e idee che sarebbero potenzialmente interessanti, ma rimangono tutte appena fuori dal punto di vista della narrazione, come se fossero colte solo con la coda dell'occhio e siano destinate a rimanere per sempre fuori fuoco.
Tutte le vicende ci vengono raccontate da personaggi che non sono mai al centro dell'azione, ma anche in questo caso non si tratta necessariamente di un male. Il fatto è che come non ci viene mai fatto un quadro completo di quello che succede nelle stanze del potere (che poteva essere una linea narrativa), allo stesso modo non ci viene neanche mostrato come una "persona qualunque" potrebbe vivere quei momenti. Il risultato è un libro che non è né carne né pesce, non riesce mai a decidersi ad andare con decisione da una parte o dall'altra e finisce per rimanere in un limbo di ignavia che ne fa precipitare la resa finale.
Ignoriamo, infine, se il finale sia tale perché deciso insieme dai due autori o se risulti in qualche modo monco a causa della dipartita di Clarke e riaggiustato alla bell'e meglio da Pohl, ma è decisamente del tutto insoddisfacente.
Insomma, questo incontro tra due dei più brillanti autori della SF avrebbe potuto essere il miglior testamento possibile per Clarke, che ci avrebbe lasciato un capolavoro (l'ennesimo) come sua ultima opera. Purtroppo si tratta di un romanzo a tratti raffazzonato, piuttosto inconcludente, che sembra non avere le idee chiare di dove voglia andare e di cosa voglia dire.
Un vero peccato.
recensioni a mente libera di libri, fumetti, manga, graphic novel e, perchè no, magari anche qualche film e telefilm...
Avvertenze
- - - - - - - LE RECENSIONI POSSONO CONTENERE SPOILER!!! - - - - - - -
martedì 17 novembre 2015
giovedì 29 ottobre 2015
Jonathan Carroll - "Il Paese delle Pazze Risate"
Autore: Jonathan CarrollTitolo: "Il Paese delle Pazze Risate"
Edizione: Mondadori - Strade Blu
Anno: 2004
Non tutti gli scrittori iniziano col botto, alcuni riescono a mostrare tutte le proprie qualità solo a distanza di tempo dall'esordio.
Non è il caso di Jonathan Carroll.
Leggendo "Il Paese delle Pazze Risate" si capisce subito perché sia diventato, in brevissimo tempo, uno degli autori più apprezzati del panorama fantastico. In questo suo primo libro si possono già ritrovare tutti quegli elementi che lo hanno reso famoso e che rendono unico il suo stile e le sue storie.
La descrizione semplice, eppure così realistica, dei comportamenti di tutti i giorni, delle abitudini che ciascuno di noi ha, magari senza neanche saperlo. La delicatezza con cui tratteggia i rapporti tra le persone che si amano, rendendo i personaggi vivi, mai troppo affettati o caricaturali. La profondità che riesce a donare ai protagonisti dei suoi romanzi, al punto che ci sembra quasi di conoscerli fin da quando erano bambini.
Ma anche il sottile senso di inquietudine che riesce a trasmettere anche quando tutto sembra apparentemente normale. O, ancora, la straordinaria fantasia e il modo in cui, quasi in punta di piedi, introduce il fantastico nelle sue storie.
Ogni romanzo di Carroll è un perfetto mix di tutti questi elementi e, spesso, molti altri ancora, ognuno dosato con pazienza e sapienza.
"Il Paese delle Pazze Risate" non è solo una bella e originale storia, ma anche un romanzo di formazione e di crescita. D'altra parte molti sono i libri di Carroll in cui la trama è stratagemma per portare i protagonisti a conoscersi meglio, a scavare in profondità dentro sé stessi alla ricerca del loro vero io. Al suo esordio letterario l'autore americano trapiantato a Vienna non fa eccezione e ci presenta Thomas, un protagonista che non ha quasi nulla di quello che ci si aspetterebbe da un protagonista. Emotivamente insicuro, apparentemente non del tutto cresciuto, nonostante abbia un lavoro e una vita ormai stabile e indipendente, vive costantemente (anche per sua scelta) all'ombra di un padre ingombrante, di cui vorrebbe liberarsi, ma al contempo non può fare a meno di continuare a ricordare e citare. Lungo tutta la vicenda sono forse più gli errori che le cose giuste che fa: tanti sbagli, piccoli e grandi, capaci di renderlo un personaggio per certi versi anti-empatico, ma terribilmente umano.
Le vicende lo porteranno a doversi confrontare con il suo modo di intendere la figura paterna, da una parte con il padre putativo che aveva trovato nei libri che leggeva da piccolo, dall'altra con il suo vero padre, con cui non era mai riuscito a scendere a patti e con il quale giunge, infine, a una particolarissima riconciliazione.
"Il Paese delle Pazze Risate" appassiona, incuriosisce, risucchia il lettore nelle sue pagine e, quando meno ce lo si aspetterebbe, riesce a sconvolgerlo mettendo in dubbio tutto quanto. Dopo di che lo strazia e lo porta verso un finale di pura soddisfazione.
Non sono molti i libri in grado di fare questo, ma molti libri di Carroll ci riescono. Per questo sarebbe un peccato anticipare qualcosa della trama, meglio lasciare al lettore tutto il gusto di scoprire cosa l'autore ha in serbo per lui.
venerdì 26 giugno 2015
Nevil Shute - "L'Ultima Spiaggia"
Autore: Nevil Shute
Titolo: "L'Ultima Spiaggia"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione
Anno: 2015
"L'Ultima Spiaggia" è un libro importante, giustamente considerato come uno dei classici della narrativa del dopo-bomba, che lascia un senso di vuoto difficile da colmare.
Il motivo, però, cambia a seconda del lettore.
Chi si fosse, forse un po' incautamente, accostato a questo romanzo di Nevil Shute attendendosi un storia avventurosa, una vicenda al cardiopalma su come l'equipaggio di un sommergibile tenti disperatamente di trovare una via di fuga, un'insperata salvezza per un genere umano apparentemente condannato all'estinzione dalle conseguenze di una guerra nucleare mondiale, sarebbe rimasto certamente deluso. Il senso di vuoto sarebbe assolutamente palpabile e giustificato.
Il motivo è semplice: non solo non è di questo che parla questo libro, ma non è neanche lo scopo con cui è stato scritto.
Shute non ci vuole raccontare una vicenda di "semplice" intrattenimento né, tanto meno, usare il libro per mandarci un messaggio e insegnarci qualcosa. Non si tratta neanche di una allegoria o una metafora dell'oggi, come tanti altri volumi di fantascienza.
"L'Ultima Spiaggia", in realtà, è una cronistoria: lenta, imparziale, senza inutili sentimentalismi, della fine. I personaggi del libro, seppur in alcuni casi appena abbozzati, riescono a risultare vividi, reali, perché pieni di difetti e, in alcuni casi, fissazioni.
Come reagiremmo noi se avessimo la certezza che più nulla si può fare? Che la fine avanza senza speranza per tutti? Che rimane poco tempo per fare tutto ciò che non abbiamo mai fatto prima?
Sono queste le domande che sembrano spingere avanti il libro e, leggendolo, viene facile pensare che, probabilmente, gran parte di noi si comporterebbe esattamente come i personaggi. Si cercherebbe di realizzare un ultimo grande sogno, magari, o ci si lascerebbe andare a qualche pazzia. Ma probabilmente sarebbero attività che ci stancherebbero ben presto e, prima o poi, si tornerebbe a concentrarsi su ciò che è più importante per noi.
Certo, qualche anno è passato da quando Shute ha dato alle stampe il suo romanzo per la prima volta, tanta acqua è passata sotto i ponti e anche le persone sono cambiate. Scritto oggi, lo stesso libro darebbe decisamente più spazio a scene generalizzate di caos e anarchia, con un governo ormai del tutto inutile e l'ordine civile scomparso, mentre il nostro autore ha una visione decisamente più ordinata e distinta della popolazione, come se tutti fossero perfetti gentleman e si comportassero come tali fino alla fine. Eppure, fatto salvo un certo modo di pensare ormai chiaramente superato (non migliore o peggiore, solo non più diffuso), pur dopo tanto tempo la forza del libro rimane immutata.
Con la sua prosa semplice, eppure efficace, i suoi personaggi tanto normali, tanto comuni, da poter esser noi stessi, le sue descrizioni delle attività di tutti i giorni, riesce a toccare le corde dell'animo umano. Il risultato è che, anche se non ce ne accorgiamo, comincia a scavarci dentro, per andare sempre più a fondo e, quando abbiamo finito, tutto ciò che ci lascia è un gran vuoto dentro.
Titolo: "L'Ultima Spiaggia"
Edizione: Mondadori - Urania Collezione
Anno: 2015
"L'Ultima Spiaggia" è un libro importante, giustamente considerato come uno dei classici della narrativa del dopo-bomba, che lascia un senso di vuoto difficile da colmare.
Il motivo, però, cambia a seconda del lettore.
Chi si fosse, forse un po' incautamente, accostato a questo romanzo di Nevil Shute attendendosi un storia avventurosa, una vicenda al cardiopalma su come l'equipaggio di un sommergibile tenti disperatamente di trovare una via di fuga, un'insperata salvezza per un genere umano apparentemente condannato all'estinzione dalle conseguenze di una guerra nucleare mondiale, sarebbe rimasto certamente deluso. Il senso di vuoto sarebbe assolutamente palpabile e giustificato.
Il motivo è semplice: non solo non è di questo che parla questo libro, ma non è neanche lo scopo con cui è stato scritto.
Shute non ci vuole raccontare una vicenda di "semplice" intrattenimento né, tanto meno, usare il libro per mandarci un messaggio e insegnarci qualcosa. Non si tratta neanche di una allegoria o una metafora dell'oggi, come tanti altri volumi di fantascienza.
"L'Ultima Spiaggia", in realtà, è una cronistoria: lenta, imparziale, senza inutili sentimentalismi, della fine. I personaggi del libro, seppur in alcuni casi appena abbozzati, riescono a risultare vividi, reali, perché pieni di difetti e, in alcuni casi, fissazioni.
Come reagiremmo noi se avessimo la certezza che più nulla si può fare? Che la fine avanza senza speranza per tutti? Che rimane poco tempo per fare tutto ciò che non abbiamo mai fatto prima?
Sono queste le domande che sembrano spingere avanti il libro e, leggendolo, viene facile pensare che, probabilmente, gran parte di noi si comporterebbe esattamente come i personaggi. Si cercherebbe di realizzare un ultimo grande sogno, magari, o ci si lascerebbe andare a qualche pazzia. Ma probabilmente sarebbero attività che ci stancherebbero ben presto e, prima o poi, si tornerebbe a concentrarsi su ciò che è più importante per noi.
Certo, qualche anno è passato da quando Shute ha dato alle stampe il suo romanzo per la prima volta, tanta acqua è passata sotto i ponti e anche le persone sono cambiate. Scritto oggi, lo stesso libro darebbe decisamente più spazio a scene generalizzate di caos e anarchia, con un governo ormai del tutto inutile e l'ordine civile scomparso, mentre il nostro autore ha una visione decisamente più ordinata e distinta della popolazione, come se tutti fossero perfetti gentleman e si comportassero come tali fino alla fine. Eppure, fatto salvo un certo modo di pensare ormai chiaramente superato (non migliore o peggiore, solo non più diffuso), pur dopo tanto tempo la forza del libro rimane immutata.
Con la sua prosa semplice, eppure efficace, i suoi personaggi tanto normali, tanto comuni, da poter esser noi stessi, le sue descrizioni delle attività di tutti i giorni, riesce a toccare le corde dell'animo umano. Il risultato è che, anche se non ce ne accorgiamo, comincia a scavarci dentro, per andare sempre più a fondo e, quando abbiamo finito, tutto ciò che ci lascia è un gran vuoto dentro.
mercoledì 10 giugno 2015
George R. R. Martin - "Il Banchetto dei Corvi"
Autore: George R. R. Martin
Titolo: "Il Banchetto dei Corvi"
Edizione: Mondadori - Urania Grandi Saghe
Anno: 2010
Con "Il Banchetto dei Corvi", quarto volume del Ciclo del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, facciamo la conoscenza di qualche nuovo "punto di vista". In alcuni casi personaggi nuovi, in altri casi personaggi che avevamo già incontrato nel percorso fino a qui, ma che, divenendo narratori, si svelano a noi sotto nuovi aspetti. Martin ci ha abituato, spesso, a come vedendo il mondo di Westeros con occhi diversi, cambi anche la percezione di cosa è giusto e cosa è sbagliato, al punto da riuscire a rendere comprensibili, quando non completamente accettabili o giustificabili, anche atti e scelte che fino a poco prima ci apparivano mostruosi. Così come alcuni fatti, narrati da un punto di vista o dall'altro, appaiono completamente diversi, proprio perché differente è il giudizio che ne dà colui che racconta, che quindi, implicitamente, tende a mostrare una verità differente.
Proprio in questa caratteristica, in questo totale relativismo della storia e dei personaggi, risiede una delle armi migliori dell'autore. Nulla è assoluto, poche sono le cose su cui tutti concordano.
Ma questo filtrare ogni vicenda attraverso gli occhi di un personaggio diverso, con il suo carattere specifico, le sue idee, le sue convinzioni e credenze, nonché le sue ambizioni e sogni, fa sì che non solo tutto il libro (e di riflesso tutta la saga) acquisisca automaticamente un livello in più di interesse, rispetto a una narrazione prettamente lineare, ma dona un enorme spessore proprio ai protagonisti che popolano questo mondo.
Un esempio lampante è stato, fin dal volume precedente, quello del personaggio di Jaime Lannister: trasformato da soggetto bidimensionale a protagonista a tutto tondo (non a caso ben presto divenuto uno dei preferiti dai lettori). Qualcosa di simile accade anche in questo "Il Banchetto dei Corvi", in cui a subire un approfondimento simile è la sorella gemella di Jaime: Cersei. Purtroppo per lei, però, vi è ben poco a cui aggrapparsi per farla risultare simpatica: nonostante i torti subiti, principalmente per il solo fatto di essere una donna in un mondo estremamente maschilista, non si riesce a parteggiare per lei. Le sue scelte estremamente egoiste, il suo atteggiamento sprezzante e di superiorità nei confronti di chiunque la circondi, la sua miopia delle conseguenze, ogni volta che prende una decisione, fanno sì che acquisisca certamente molto spessore, ma che divenga perfino più antipatica di prima.
Ma perché concentrarsi tanto, in questa recensione, su Cersei?
Principalmente perché è al suo punto di vista che viene demandata buona parte della narrazione di questo libro. Qualcosa di interessante accade a Dorne, Samwell vive le sue avventure, qualcuno ci lascia per sempre, Jaime sembra finalmente stia imparando a usare la testa, invece della spada per risolvere i problemi, Brienne si impegna in una ricerca forse infinita e senza speranza, Ditocorto prosegue con i suoi intrighi garantendosi gradualmente sempre più potere e molte, pessime, decisioni vengono prese dalle parti di Approdo del Re. Tanti piccoli colpi di scena punteggiano il libro e rendono la lettura sempre appassionante, ma in generale si ha l'impressione che questo sia un po' un volume di passaggio, in cui preparare il terreno per qualcosa che deve venire.
Certamente anche la scelta di suddividere i personaggi tra questo e il successivo (La Danza dei Draghi), non ha certo aiutato. Molto, tra l'altro, si potrebbe dire sull'effettiva utilità di questa decisione. A detta di Martin, infatti, ha preferito inserire metà dei personaggi per raccontare tutta la storia di ognuno di loro, invece che metà storia di tutti. Peccato che, come sempre è accaduto fino a ora, non vi sia alcun inizio e alcuna fine (se non con la morte) per i personaggi, ma solo un continuo scorrere che, per comodità, viene ripreso e interrotto poco prima o poco dopo. In questo caso, inoltre, non vi è neanche un grosso evento come una battaglia o la morte di un protagonista, a poter fare da spartiacque.
Probabilmente, dunque, se Martin avesse continuato come fatto fino a ora, portando avanti le vicende di tutti i personaggi (magari anche limitando un po' i pensieri ripetitivi e ridondanti di Cersei, per quanto utili a farne capire l'atteggiamento ossessivo), mescolando così quarto e quinto volume, ne sarebbe uscito un libro migliore. Anche così, però, è sicuramente una lettura consigliata a tutti gli appassionati della saga.
Titolo: "Il Banchetto dei Corvi"
Edizione: Mondadori - Urania Grandi Saghe
Anno: 2010
Con "Il Banchetto dei Corvi", quarto volume del Ciclo del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, facciamo la conoscenza di qualche nuovo "punto di vista". In alcuni casi personaggi nuovi, in altri casi personaggi che avevamo già incontrato nel percorso fino a qui, ma che, divenendo narratori, si svelano a noi sotto nuovi aspetti. Martin ci ha abituato, spesso, a come vedendo il mondo di Westeros con occhi diversi, cambi anche la percezione di cosa è giusto e cosa è sbagliato, al punto da riuscire a rendere comprensibili, quando non completamente accettabili o giustificabili, anche atti e scelte che fino a poco prima ci apparivano mostruosi. Così come alcuni fatti, narrati da un punto di vista o dall'altro, appaiono completamente diversi, proprio perché differente è il giudizio che ne dà colui che racconta, che quindi, implicitamente, tende a mostrare una verità differente.
Proprio in questa caratteristica, in questo totale relativismo della storia e dei personaggi, risiede una delle armi migliori dell'autore. Nulla è assoluto, poche sono le cose su cui tutti concordano.
Ma questo filtrare ogni vicenda attraverso gli occhi di un personaggio diverso, con il suo carattere specifico, le sue idee, le sue convinzioni e credenze, nonché le sue ambizioni e sogni, fa sì che non solo tutto il libro (e di riflesso tutta la saga) acquisisca automaticamente un livello in più di interesse, rispetto a una narrazione prettamente lineare, ma dona un enorme spessore proprio ai protagonisti che popolano questo mondo.
Un esempio lampante è stato, fin dal volume precedente, quello del personaggio di Jaime Lannister: trasformato da soggetto bidimensionale a protagonista a tutto tondo (non a caso ben presto divenuto uno dei preferiti dai lettori). Qualcosa di simile accade anche in questo "Il Banchetto dei Corvi", in cui a subire un approfondimento simile è la sorella gemella di Jaime: Cersei. Purtroppo per lei, però, vi è ben poco a cui aggrapparsi per farla risultare simpatica: nonostante i torti subiti, principalmente per il solo fatto di essere una donna in un mondo estremamente maschilista, non si riesce a parteggiare per lei. Le sue scelte estremamente egoiste, il suo atteggiamento sprezzante e di superiorità nei confronti di chiunque la circondi, la sua miopia delle conseguenze, ogni volta che prende una decisione, fanno sì che acquisisca certamente molto spessore, ma che divenga perfino più antipatica di prima.
Ma perché concentrarsi tanto, in questa recensione, su Cersei?
Principalmente perché è al suo punto di vista che viene demandata buona parte della narrazione di questo libro. Qualcosa di interessante accade a Dorne, Samwell vive le sue avventure, qualcuno ci lascia per sempre, Jaime sembra finalmente stia imparando a usare la testa, invece della spada per risolvere i problemi, Brienne si impegna in una ricerca forse infinita e senza speranza, Ditocorto prosegue con i suoi intrighi garantendosi gradualmente sempre più potere e molte, pessime, decisioni vengono prese dalle parti di Approdo del Re. Tanti piccoli colpi di scena punteggiano il libro e rendono la lettura sempre appassionante, ma in generale si ha l'impressione che questo sia un po' un volume di passaggio, in cui preparare il terreno per qualcosa che deve venire.
Certamente anche la scelta di suddividere i personaggi tra questo e il successivo (La Danza dei Draghi), non ha certo aiutato. Molto, tra l'altro, si potrebbe dire sull'effettiva utilità di questa decisione. A detta di Martin, infatti, ha preferito inserire metà dei personaggi per raccontare tutta la storia di ognuno di loro, invece che metà storia di tutti. Peccato che, come sempre è accaduto fino a ora, non vi sia alcun inizio e alcuna fine (se non con la morte) per i personaggi, ma solo un continuo scorrere che, per comodità, viene ripreso e interrotto poco prima o poco dopo. In questo caso, inoltre, non vi è neanche un grosso evento come una battaglia o la morte di un protagonista, a poter fare da spartiacque.
Probabilmente, dunque, se Martin avesse continuato come fatto fino a ora, portando avanti le vicende di tutti i personaggi (magari anche limitando un po' i pensieri ripetitivi e ridondanti di Cersei, per quanto utili a farne capire l'atteggiamento ossessivo), mescolando così quarto e quinto volume, ne sarebbe uscito un libro migliore. Anche così, però, è sicuramente una lettura consigliata a tutti gli appassionati della saga.
venerdì 10 aprile 2015
Valerio Evangelisti - "Il Sole dell'Avvenire - Chi ha del Ferro ha del Pane"
Autore: Valerio Evangelisti
Titolo: "Il Sole dell'Avvenire - Chi ha del Ferro ha del Pane"
Edizione: Mondadori - Strade Blu
Anno: 2014
In questo secondo volume, di tre, le vicende sembrano riprendere là dove le avevamo lasciate al termine del primo "Il Sole dell'Avvenire". I protagonisti non sono grandi uomini, generali, eroi, geni, non sono personalità che hanno fatto la storia. Sono, semmai, coloro che la storia l'hanno subita, in tutti i sensi. I personaggi di Evangelisti sono persone normali, comuni, che il più delle volte cercano solo di sopravvivere in un mondo e in una realtà che fa sempre i conti senza di loro.
Proprio nella profonda umanità dei protagonisti, tutti loro, sia da quelli di primo piano che quelli che si muovono un po' sullo sfondo, risiede una delle principali qualità di questo romanzo (così come del precedente). Alcuni sono simpatici, altri meno, ma tutti, con le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, ci sembrano fin da subito veri, reali, e non solo quei personaggi empatici, ma un po' bidimensionali, di tanti libri. Reglio, Eleuteria, CinCin, ma anche Canzio e tutti gli altri, escono letteralmente dalle pagine, si fanno carne e sangue davanti ai nostri occhi, divenendo vecchi amici che ci fanno ridere con le loro battute, ma anche preoccupare e piangere con le loro disgrazie.
Ma "Chi ha del Ferro ha del Pane", non è solo una storia di varia umanità, spesso di povertà e miseria. E' un romanzo che racconta la Storia, quella con la S maiuscola, ma lo fa dal punto di vista degli ultimi, di coloro che la storia ha il più delle volte escluso o dimenticato. Così non vediamo le stanze del potere, perfino durante i frequenti scioperi che punteggiano il volume, anche quelli più piccoli, mai una volta siamo dove vengono prese le decisioni. Tutte le scelte ci vengono riferite. E a noi lettori, così come ai protagonisti, non rimane che prenderne atto. Magari arrabbiarsi, decidere di opporsi e combattere o fuggire, ma mai veniamo interpellati o possiamo partecipare in alcun modo al processo decisionale.
Il lettore diviene, in questo modo, protagonista a sua volta del libro: fratello, figlio, amico, compagno dei personaggi che vi si muovono e che tanto patiscono.
Intanto, la Storia va avanti. Leggi vengono emanate, guerre vengono dichiarate. Ai protagonisti e a noi lettori non rimane che scendere a patti con tutto ciò. Ci si arrangia, si fa buon viso a cattivo gioco e, quando possibile, si cerca di portar a casa la pelle. Evangelisti ci risparmia il racconto in prima persona del massacro che fu la Prima Guerra Mondiale, preferisce, piuttosto, soffermarsi su ciò che avveniva in Italia, nelle campagne, e di come a mandare avanti tutto, dai campi coltivati alle fabbriche, fosse chi era rimasto: in prevalenza le donne.
Nonostante tutti i sacrifici, il romanzo ci mostra come per alcuni non vi sia mai riconoscenza, anzi, forse solo altre privazioni.
Siamo lontani come stile e come toni dai romanzi del ciclo di Eymerich che hanno reso celebre lo scrittore bolognese, eppure le similitudini sono molte più di quante si potrebbe credere. La fantascienza è spesso stata allegoria del presente e anche Evangelisti ha sempre usato il futuro per raccontare l'oggi. Nel ciclo de "Il Sole dell'Avvenire" non è diverso: non più il futuro, bensì il passato, ma sempre usato come lente per vedere, analizzare e comprendere meglio l'oggi. Le battaglie per i propri diritti dei lavoratori dell'inizio del 1900 non sono dissimili per motivazioni da quelle dei lavoratori dell'inizio del 2000: il precariato, le ore lavorative, uno stipendio minimo che consenta di vivere e non solo sopravvivere, il riconoscimento degli stessi diritti per tutti e stipendi uguali a fronte di uguali lavori svolti, sono questioni, purtroppo, estremamente attuali.
Valerio Evangelisti, dunque, ci consegna un romanzo e una saga quantomai contemporanei, nonostante siano ambientati quasi un secolo fa. Un libro e un ciclo di straordinaria forza, grazie ai personaggi di cui è costellato, e di grande valore educativo e sociale per ciò che racconta e mostra.
Se non fosse automatico per ogni studente odiare qualsiasi libro gli venga dato da leggere, questi volumi bisognerebbe studiarli a scuola.
Titolo: "Il Sole dell'Avvenire - Chi ha del Ferro ha del Pane"
Edizione: Mondadori - Strade Blu
Anno: 2014
In questo secondo volume, di tre, le vicende sembrano riprendere là dove le avevamo lasciate al termine del primo "Il Sole dell'Avvenire". I protagonisti non sono grandi uomini, generali, eroi, geni, non sono personalità che hanno fatto la storia. Sono, semmai, coloro che la storia l'hanno subita, in tutti i sensi. I personaggi di Evangelisti sono persone normali, comuni, che il più delle volte cercano solo di sopravvivere in un mondo e in una realtà che fa sempre i conti senza di loro.
Proprio nella profonda umanità dei protagonisti, tutti loro, sia da quelli di primo piano che quelli che si muovono un po' sullo sfondo, risiede una delle principali qualità di questo romanzo (così come del precedente). Alcuni sono simpatici, altri meno, ma tutti, con le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, ci sembrano fin da subito veri, reali, e non solo quei personaggi empatici, ma un po' bidimensionali, di tanti libri. Reglio, Eleuteria, CinCin, ma anche Canzio e tutti gli altri, escono letteralmente dalle pagine, si fanno carne e sangue davanti ai nostri occhi, divenendo vecchi amici che ci fanno ridere con le loro battute, ma anche preoccupare e piangere con le loro disgrazie.
Ma "Chi ha del Ferro ha del Pane", non è solo una storia di varia umanità, spesso di povertà e miseria. E' un romanzo che racconta la Storia, quella con la S maiuscola, ma lo fa dal punto di vista degli ultimi, di coloro che la storia ha il più delle volte escluso o dimenticato. Così non vediamo le stanze del potere, perfino durante i frequenti scioperi che punteggiano il volume, anche quelli più piccoli, mai una volta siamo dove vengono prese le decisioni. Tutte le scelte ci vengono riferite. E a noi lettori, così come ai protagonisti, non rimane che prenderne atto. Magari arrabbiarsi, decidere di opporsi e combattere o fuggire, ma mai veniamo interpellati o possiamo partecipare in alcun modo al processo decisionale.
Il lettore diviene, in questo modo, protagonista a sua volta del libro: fratello, figlio, amico, compagno dei personaggi che vi si muovono e che tanto patiscono.
Intanto, la Storia va avanti. Leggi vengono emanate, guerre vengono dichiarate. Ai protagonisti e a noi lettori non rimane che scendere a patti con tutto ciò. Ci si arrangia, si fa buon viso a cattivo gioco e, quando possibile, si cerca di portar a casa la pelle. Evangelisti ci risparmia il racconto in prima persona del massacro che fu la Prima Guerra Mondiale, preferisce, piuttosto, soffermarsi su ciò che avveniva in Italia, nelle campagne, e di come a mandare avanti tutto, dai campi coltivati alle fabbriche, fosse chi era rimasto: in prevalenza le donne.
Nonostante tutti i sacrifici, il romanzo ci mostra come per alcuni non vi sia mai riconoscenza, anzi, forse solo altre privazioni.
Siamo lontani come stile e come toni dai romanzi del ciclo di Eymerich che hanno reso celebre lo scrittore bolognese, eppure le similitudini sono molte più di quante si potrebbe credere. La fantascienza è spesso stata allegoria del presente e anche Evangelisti ha sempre usato il futuro per raccontare l'oggi. Nel ciclo de "Il Sole dell'Avvenire" non è diverso: non più il futuro, bensì il passato, ma sempre usato come lente per vedere, analizzare e comprendere meglio l'oggi. Le battaglie per i propri diritti dei lavoratori dell'inizio del 1900 non sono dissimili per motivazioni da quelle dei lavoratori dell'inizio del 2000: il precariato, le ore lavorative, uno stipendio minimo che consenta di vivere e non solo sopravvivere, il riconoscimento degli stessi diritti per tutti e stipendi uguali a fronte di uguali lavori svolti, sono questioni, purtroppo, estremamente attuali.
Valerio Evangelisti, dunque, ci consegna un romanzo e una saga quantomai contemporanei, nonostante siano ambientati quasi un secolo fa. Un libro e un ciclo di straordinaria forza, grazie ai personaggi di cui è costellato, e di grande valore educativo e sociale per ciò che racconta e mostra.
Se non fosse automatico per ogni studente odiare qualsiasi libro gli venga dato da leggere, questi volumi bisognerebbe studiarli a scuola.
martedì 30 dicembre 2014
Paolo Bacigalupi - "La Ragazza Meccanica"
Autore: Paolo Bacigalupi
Titolo: "La Ragazza Meccanica"
Edizione: Multiplayer.it
Anno: 2014
Paolo Bacigalupi è un autore che, almeno in Italia, è salito agli onori della cronaca solo in occasione della vittoria del Premio Hugo, proprio con questo “La Ragazza Meccanica”. In realtà Bacigalupi è piuttosto noto oltreoceano ed è autore di diversi libri, sia per adulti che per young-adult.
Sono rimasto un po’ sorpreso che un libro come “La Ragazza Meccanica”, vincitore del Premio Hugo (cioè la più alta e importante onorificenza per la letteratura fantastica in lingua inglese), sia stato acquistato e pubblicato in Italia da Multiplayer Edizioni. Sia chiaro, non ho nulla contro la casa editrice, ma sfogliandone il catalogo si può vedere come sia specializzata soprattutto in novelisations di videogiochi, quindi pubblicazioni con un tenore ben diverso da questo romanzo. Soprattutto a sorprendermi è stato il fatto che un libro che tanto interesse ha suscitano oltreoceano, presentato come una vera e propria rivoluzione nella fantascienza, non fosse uscito ben prima presso altre case editrici più specializzate, come Urania Mondadori, Fanucci, Editrice Nord, etc. di solito molto attente al mercato nord-americano.
Ma veniamo al libro in questione.
Personalmente non ho particolarmente amato lo stile di Bacigalupi, ma, qui, bisogna purtroppo aprire una nuova parentesi. Avendo avuto tra le mani solo l’edizione italiana e non potendola confrontare con l’originale, non posso dire fino a che punto alcune scelte siano opera dell’autore e quali, invece, non magari frutto della traduzione. Il dubbio mi viene soprattutto a causa di una serie di scelte dell’editore italiano che mi vedono del tutto in disaccordo.
La carta con cui è realizzato il libro è molto dura, così come la rilegatura. L’impressione è di avere tra le mani un volume che sarebbe andato benissimo se avesse avuto la metà della pagine, ma che con queste dimensioni diventa troppo rigido, difficile da aprire senza il rischio di spaccare la colla della rilegatura. Una critica, inoltre, è necessario farla alla fase di controllo dei refusi prima di andare in stampa che, ci sembra, in questo caso è evidentemente stata del tutto assente. Non c’è praticamente pagina in cui non vi sia un errore di battitura, una parola storpiata, uno spazio in più o in meno, qualche accento o apostrofo dimenticato per strada. Infine, ma questo è gusto piuttosto personale, anche la scelta dei caratteri dell’impaginazione (titolo, autore, numero delle pagine in alto e in basso) è stata sbagliata.
Tutte scelte che, di per sé, sarebbero un difetto minimo, ma sommate insieme comunicano una certa mancanza di cura del prodotto.
Cosa non è una scelta, ma un errori veri e propri, però, sono diversi passaggi della traduzione del libro. Per fare un esempio su tutti, il personaggio di Kanna rimane per praticamente tutto il libro in una sorta di limbo sessuale, passando spesso e volentieri da femmina a maschio e viceversa. Succede subito all’inizio, in cui si è quasi portati a pensare che sia una scelta stilistica voluta in attesa di scoprire qualche rivelazione su di lei, quasi scompare nella parte centrale del libro, per poi riappare di nuovo alla fine. Quel continuo riferirsi a lei con “gli” invece di “le”, inoltre, fa pure temere che chi ha eseguito la traduzione non sappia fino in fondo l’italiano.
Non sappiamo, invece, se è una scelta della traduzione o dell’autore la scrittura tutta al presente, una scelta che ai più potrebbe far storcere il naso in quanto sembra togliere pathos a tutta la narrazione. Sospettiamo, comunque, che di chiunque sia stata la decisione, sia probabilmente stata influenzata dal notevole successo che stanno riscuotendo negli ultimi tempi diversi young-adult scritti proprio con questo stile (come la trilogia di “Hunger Games”, etc.).
Dal punto di vista dei contenuti, invece, bastano poche pagine per capire cosa abbia colpito i giudici del Premio Hugo per deliberare il vincitore. “La Ragazza Meccanica” è un fuoco di fila di invenzioni, di concetti e di situazioni effettivamente originali e innovativi. Il mondo in cui si viene sbalzati è ampissimo, complesso, estremamente realistico nelle descrizioni e plausibile nelle dinamiche che descrive. Risulta fin da subito evidente che prima della stesura del libro deve esserci stato un enorme impegno in fase di documentazione, in primis sulla Tailandia, e, a seguire, un grande lavoro per incastrare e far combaciare tutti i pezzi di quel gigantesco affresco che è la realtà del futuro de “La Ragazza Meccanica”.
La storia in sé, con i suoi tanti colpi di scena, ma, soprattutto, con i suoi tanti tradimenti, riesce a tenere attaccati al libro, mai certi di cosa succederà in seguito. Più volte, infatti, la vicenda sembra instradarsi in percorsi già tracciati, classici, quasi scontati, ma solo per essere ben presto capovolta. Lo stesso dicasi per i personaggi sia principali che secondari. Di stereotipati ce ne sono ben pochi, tutti quelli che agiscono attivamente, anche se a una prima occhiata appaiono piatti e bidimensionali, ben presto mostrano una complessità e tutta una serie di motivazioni che giustificano le loro azioni. Per quanto per alcuni risulti sempre difficile riuscire a parteggiare, a un certo punto non si può negare che abbiano uno scopo e che, guardando le cose dal loro punto di vista, tutto sommato ciò che fanno non è il male.
Per assurdo, tra tanti personaggi tridimensionali, l’unica a sembrare meno caratterizzata, per buona parte del libro, è proprio colei che dà il titolo al romanzo. Emiko sembra la classica ragazza debole e indifesa, in grado di riscattarsi da una vita di soprusi solo attraverso l’intervento salvatore di un uomo che si innamori di lei, capace di vedere oltre le apparenze.
Le cose non andranno esattamente così, per fortuna, ma preferiamo non rivelare di più per non togliere la sorpresa ai lettori.
In definitiva “La Ragazza Meccanica” è un gran bel romanzo, pieno di idee e di inventiva che non meraviglia abbia vinto il Premio Hugo. L’edizione italiana è, purtroppo, falcidiata da diverse pecche, sia nella cura editoriale che meramente realizzativi, ciò nonostante non possiamo assolutamente esimerci dal consigliarne la lettura.
Titolo: "La Ragazza Meccanica"
Edizione: Multiplayer.it
Anno: 2014
Paolo Bacigalupi è un autore che, almeno in Italia, è salito agli onori della cronaca solo in occasione della vittoria del Premio Hugo, proprio con questo “La Ragazza Meccanica”. In realtà Bacigalupi è piuttosto noto oltreoceano ed è autore di diversi libri, sia per adulti che per young-adult.
Sono rimasto un po’ sorpreso che un libro come “La Ragazza Meccanica”, vincitore del Premio Hugo (cioè la più alta e importante onorificenza per la letteratura fantastica in lingua inglese), sia stato acquistato e pubblicato in Italia da Multiplayer Edizioni. Sia chiaro, non ho nulla contro la casa editrice, ma sfogliandone il catalogo si può vedere come sia specializzata soprattutto in novelisations di videogiochi, quindi pubblicazioni con un tenore ben diverso da questo romanzo. Soprattutto a sorprendermi è stato il fatto che un libro che tanto interesse ha suscitano oltreoceano, presentato come una vera e propria rivoluzione nella fantascienza, non fosse uscito ben prima presso altre case editrici più specializzate, come Urania Mondadori, Fanucci, Editrice Nord, etc. di solito molto attente al mercato nord-americano.
Ma veniamo al libro in questione.
Personalmente non ho particolarmente amato lo stile di Bacigalupi, ma, qui, bisogna purtroppo aprire una nuova parentesi. Avendo avuto tra le mani solo l’edizione italiana e non potendola confrontare con l’originale, non posso dire fino a che punto alcune scelte siano opera dell’autore e quali, invece, non magari frutto della traduzione. Il dubbio mi viene soprattutto a causa di una serie di scelte dell’editore italiano che mi vedono del tutto in disaccordo.
La carta con cui è realizzato il libro è molto dura, così come la rilegatura. L’impressione è di avere tra le mani un volume che sarebbe andato benissimo se avesse avuto la metà della pagine, ma che con queste dimensioni diventa troppo rigido, difficile da aprire senza il rischio di spaccare la colla della rilegatura. Una critica, inoltre, è necessario farla alla fase di controllo dei refusi prima di andare in stampa che, ci sembra, in questo caso è evidentemente stata del tutto assente. Non c’è praticamente pagina in cui non vi sia un errore di battitura, una parola storpiata, uno spazio in più o in meno, qualche accento o apostrofo dimenticato per strada. Infine, ma questo è gusto piuttosto personale, anche la scelta dei caratteri dell’impaginazione (titolo, autore, numero delle pagine in alto e in basso) è stata sbagliata.
Tutte scelte che, di per sé, sarebbero un difetto minimo, ma sommate insieme comunicano una certa mancanza di cura del prodotto.
Cosa non è una scelta, ma un errori veri e propri, però, sono diversi passaggi della traduzione del libro. Per fare un esempio su tutti, il personaggio di Kanna rimane per praticamente tutto il libro in una sorta di limbo sessuale, passando spesso e volentieri da femmina a maschio e viceversa. Succede subito all’inizio, in cui si è quasi portati a pensare che sia una scelta stilistica voluta in attesa di scoprire qualche rivelazione su di lei, quasi scompare nella parte centrale del libro, per poi riappare di nuovo alla fine. Quel continuo riferirsi a lei con “gli” invece di “le”, inoltre, fa pure temere che chi ha eseguito la traduzione non sappia fino in fondo l’italiano.
Non sappiamo, invece, se è una scelta della traduzione o dell’autore la scrittura tutta al presente, una scelta che ai più potrebbe far storcere il naso in quanto sembra togliere pathos a tutta la narrazione. Sospettiamo, comunque, che di chiunque sia stata la decisione, sia probabilmente stata influenzata dal notevole successo che stanno riscuotendo negli ultimi tempi diversi young-adult scritti proprio con questo stile (come la trilogia di “Hunger Games”, etc.).
Dal punto di vista dei contenuti, invece, bastano poche pagine per capire cosa abbia colpito i giudici del Premio Hugo per deliberare il vincitore. “La Ragazza Meccanica” è un fuoco di fila di invenzioni, di concetti e di situazioni effettivamente originali e innovativi. Il mondo in cui si viene sbalzati è ampissimo, complesso, estremamente realistico nelle descrizioni e plausibile nelle dinamiche che descrive. Risulta fin da subito evidente che prima della stesura del libro deve esserci stato un enorme impegno in fase di documentazione, in primis sulla Tailandia, e, a seguire, un grande lavoro per incastrare e far combaciare tutti i pezzi di quel gigantesco affresco che è la realtà del futuro de “La Ragazza Meccanica”.
La storia in sé, con i suoi tanti colpi di scena, ma, soprattutto, con i suoi tanti tradimenti, riesce a tenere attaccati al libro, mai certi di cosa succederà in seguito. Più volte, infatti, la vicenda sembra instradarsi in percorsi già tracciati, classici, quasi scontati, ma solo per essere ben presto capovolta. Lo stesso dicasi per i personaggi sia principali che secondari. Di stereotipati ce ne sono ben pochi, tutti quelli che agiscono attivamente, anche se a una prima occhiata appaiono piatti e bidimensionali, ben presto mostrano una complessità e tutta una serie di motivazioni che giustificano le loro azioni. Per quanto per alcuni risulti sempre difficile riuscire a parteggiare, a un certo punto non si può negare che abbiano uno scopo e che, guardando le cose dal loro punto di vista, tutto sommato ciò che fanno non è il male.
Per assurdo, tra tanti personaggi tridimensionali, l’unica a sembrare meno caratterizzata, per buona parte del libro, è proprio colei che dà il titolo al romanzo. Emiko sembra la classica ragazza debole e indifesa, in grado di riscattarsi da una vita di soprusi solo attraverso l’intervento salvatore di un uomo che si innamori di lei, capace di vedere oltre le apparenze.
Le cose non andranno esattamente così, per fortuna, ma preferiamo non rivelare di più per non togliere la sorpresa ai lettori.
In definitiva “La Ragazza Meccanica” è un gran bel romanzo, pieno di idee e di inventiva che non meraviglia abbia vinto il Premio Hugo. L’edizione italiana è, purtroppo, falcidiata da diverse pecche, sia nella cura editoriale che meramente realizzativi, ciò nonostante non possiamo assolutamente esimerci dal consigliarne la lettura.
martedì 16 settembre 2014
Andreas Eschbach - "Lo Specchio di Dio"
Autore: Andreas Eschbach
Titolo: "Lo Specchio di Dio"
Edizione: Fanucci
Anno: 2011
A tre anni di distanza dal capolavoro “Miliardi di Tappeti di Capelli”, che lo ha catapultato al centro dell’attenzione mondiale della letteratura di fantascienza, Andreas Eschbach dà alle stampe questo “Lo Specchio di Dio”.
Si tratta di un libro molto diverso da quello che gli ha dato la notorietà. Non più fantascienza pura, ambientata nello spazio profondo, tra mondi e galassie distantissime da noi (non solo geograficamente), bensì un romanzo che si svolge sulla terra, in un domani che sembra già oggi. “Lo Specchio di Dio”, anzi, è soprattutto un thriller, per quanto si poggi su basi assolutamente fantascientifiche.
Cosa succederebbe se uno scavo archeologico in palestina riportasse alla luce, sepolto duemila anni fa, il libretto di istruzioni di una videocamera che non è ancora stata neanche lanciata sul mercato? Davvero qualcuno ha viaggiato nel tempo ed è tornato indietro fino al tempo di Gesù o è solo un’elaborata truffa? A che scopo, poi? E se davvero qualcuno è tornato indietro, questo significa forse che esiste, da qualche parte, una videocamera che ha ripreso Gesù Cristo?
Questi sono gli interrogativi in cui Eschbach ci catapulta fin dalle prime pagine del libro.
I personaggi sono diversi, alcuni ben caratterizzati e capaci di riservare anche qualche sorpresa, qualcuno, invece, purtroppo un po’ stereotipato.
L’intreccio, sulla carta molto interessante, in realtà, all’inizio, arranca un po’. Troppo spazio, infatti, viene probabilmente lasciato allo scrittore di fantascienza tedesco (forse una auto-citazione di Eschbach?) assunto come consulente e alle sue elucubrazioni, nonché al racconto del background di tutti i personaggi. Troppe domande senza risposta e senza reale costrutto nello sviluppo della trama, troppe informazioni in una volta sola, che rischiano di rallentare inutilmente il ritmo della narrazione.
Passato questo primo scoglio, però, finalmente il romanzo prende velocità e le vicende iniziano a susseguirsi a ritmo frenetico fino a diventare una vera e propria caccia al tesoro in gara contro il tempo e con diversi partecipanti. Tra inseguimenti, indizi, false piste, pedinamenti e scontri a fuoco il romanzo decolla.
Questo, più o meno, fino a tre quarti, quando nuovamente i ritmi calano, rallentano quasi fino a fermarsi, per poi riservare il colpo di coda finale. Un finale che, nel suo essere quanto di più classicamente scontato ci si potrebbe aspettare, in realtà lascia il lettore con il sorriso sulle labbra.
“Lo Specchio di Dio” è un romanzo molto diverso e molto distante, anche per qualità, rispetto a “Miliardi di Tappeti di Capelli”. Certamente non è destinato a lasciare il segno come il libro d’esordio dello scrittore tedesco, né si tratta di qualcosa di particolarmente nuovo e originale. Già molti scrittori si sono soffermati sul tema del viaggio nel tempo accostato alla figura di Gesù Cristo, sia in romanzi che in racconti (come Philip K. Dick o Michael Moorcock, per citare i primi due che mi vengono in mente). L’idea iniziale di Eschbach, però, è buona e lo sviluppo della vicenda altrettanto. Forse sarebbe stato apprezzabile un maggiore coraggio nell’osare nel finale, ma “Lo Specchio di Dio” è pur sempre una validissima lettura, sicuramente consigliabile sia a chi ama la fantascienza, che ai seguaci del thriller.
Titolo: "Lo Specchio di Dio"
Edizione: Fanucci
Anno: 2011
A tre anni di distanza dal capolavoro “Miliardi di Tappeti di Capelli”, che lo ha catapultato al centro dell’attenzione mondiale della letteratura di fantascienza, Andreas Eschbach dà alle stampe questo “Lo Specchio di Dio”.
Si tratta di un libro molto diverso da quello che gli ha dato la notorietà. Non più fantascienza pura, ambientata nello spazio profondo, tra mondi e galassie distantissime da noi (non solo geograficamente), bensì un romanzo che si svolge sulla terra, in un domani che sembra già oggi. “Lo Specchio di Dio”, anzi, è soprattutto un thriller, per quanto si poggi su basi assolutamente fantascientifiche.
Cosa succederebbe se uno scavo archeologico in palestina riportasse alla luce, sepolto duemila anni fa, il libretto di istruzioni di una videocamera che non è ancora stata neanche lanciata sul mercato? Davvero qualcuno ha viaggiato nel tempo ed è tornato indietro fino al tempo di Gesù o è solo un’elaborata truffa? A che scopo, poi? E se davvero qualcuno è tornato indietro, questo significa forse che esiste, da qualche parte, una videocamera che ha ripreso Gesù Cristo?
Questi sono gli interrogativi in cui Eschbach ci catapulta fin dalle prime pagine del libro.
I personaggi sono diversi, alcuni ben caratterizzati e capaci di riservare anche qualche sorpresa, qualcuno, invece, purtroppo un po’ stereotipato.
L’intreccio, sulla carta molto interessante, in realtà, all’inizio, arranca un po’. Troppo spazio, infatti, viene probabilmente lasciato allo scrittore di fantascienza tedesco (forse una auto-citazione di Eschbach?) assunto come consulente e alle sue elucubrazioni, nonché al racconto del background di tutti i personaggi. Troppe domande senza risposta e senza reale costrutto nello sviluppo della trama, troppe informazioni in una volta sola, che rischiano di rallentare inutilmente il ritmo della narrazione.
Passato questo primo scoglio, però, finalmente il romanzo prende velocità e le vicende iniziano a susseguirsi a ritmo frenetico fino a diventare una vera e propria caccia al tesoro in gara contro il tempo e con diversi partecipanti. Tra inseguimenti, indizi, false piste, pedinamenti e scontri a fuoco il romanzo decolla.
Questo, più o meno, fino a tre quarti, quando nuovamente i ritmi calano, rallentano quasi fino a fermarsi, per poi riservare il colpo di coda finale. Un finale che, nel suo essere quanto di più classicamente scontato ci si potrebbe aspettare, in realtà lascia il lettore con il sorriso sulle labbra.
“Lo Specchio di Dio” è un romanzo molto diverso e molto distante, anche per qualità, rispetto a “Miliardi di Tappeti di Capelli”. Certamente non è destinato a lasciare il segno come il libro d’esordio dello scrittore tedesco, né si tratta di qualcosa di particolarmente nuovo e originale. Già molti scrittori si sono soffermati sul tema del viaggio nel tempo accostato alla figura di Gesù Cristo, sia in romanzi che in racconti (come Philip K. Dick o Michael Moorcock, per citare i primi due che mi vengono in mente). L’idea iniziale di Eschbach, però, è buona e lo sviluppo della vicenda altrettanto. Forse sarebbe stato apprezzabile un maggiore coraggio nell’osare nel finale, ma “Lo Specchio di Dio” è pur sempre una validissima lettura, sicuramente consigliabile sia a chi ama la fantascienza, che ai seguaci del thriller.
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